giovedì 12 novembre 2009

Stefano Chiodi


Stefano Chiodi, centravanti fisicamente molto prestante ma di movimento, agile, dotato di un buon dribbling e soprattutto di un tiro al fulmicotone, crebbe nelle giovanili rossoblù dopo essere stato prelevato giovanissimo dal Castelmaggiore. Il Bologna riuscì a soffiarlo in extremis al Torino (che ne aveva praticamente definito l'ingaggio) grazie al padre di Stefano che non volle sentire ragioni, dirottando così il figlio al Bologna, la sua squadra del cuore. Fu una scelta che si rivelò azzeccatissima: il giovane Stefano infatti bruciò le tappe nel settore giovanile, dove crebbe assieme ad altri talenti come Eraldo Pecci, Franco Colomba e Oriano Grop, compagni con i quali disputò una finalissima al Torneo di Viareggio contro la Fiorentina del giovane Giancarlo Antognoni (il Bologna venne sconfitto di misura per 1-0 – rete di Rosi per i viola – in una gara sfortunatissima chiusa dopo tempi supplementari). Si accorsero di lui anche quelli della Nazionale under 21, dove Stefano collezionò 3 presenze con 2 reti. Chiodi, terminata l'esperienza nelle giovanili, assaggiò per la prima volta l'impatto con il calcio "vero": venne infatti prestato per un anno al Teramo, in serie C, dove mise in mostra tutto il suo talento realizzando 8 reti in 29 presenze. L'anno seguente tornò al Bologna, dove agli attaccanti spettava un compito veramente ingrato: fare dimenticare il grande Beppe Savoldi, nel frattempo passato al Napoli. Chiodi non ci mise molto a fare capire di che pasta era fatto: alla 3^ giornata di campionato esordì in serie A davanti al Milan di Albertosi, e lo fece col botto: suo infatti il gol del pareggio rossoblù dopo il vantaggio rossonero di Vincenzi. Un gran gol, come erano spesso i gol di Chiodi, pochi, ma molto belli. Terminò quella sua prima stagione nel Bologna in serie A (1975-76) con un bottino di 8 reti in 22 presenze, non male per un esordiente. Le due successive stagioni di Chiodi nel Bologna si chiusero entrambe con 5 gol realizzati, più 1 in Coppa Italia.

Il trasferimento al Milan

Furono campionati contraddistinti da poche realizzazioni, ma quasi tutte di pregevole fattura, su tutte la fantastica rete realizzata all'Inter di Altobelli nel campionato 1977-78, in uno stadio Comunale gremito all'inverosimile (il Bologna vinse quella partita 2-1, rimontando lo svantaggio nerazzurro di Muraro con due "Eurogol" di Chiodi e Gil De Ponti). L'anno successivo, Chiodi - fortemente voluto da Gianni Rivera - passò al Milan, con il quale vinse lo scudetto della stella confermandosi grande cecchino su calcio di rigore. Dopo una breve parentesi alla Lazio, tornò al Bologna nel 1981-82, annata infausta. Fu infatti il campionato che decretò la prima storica retrocessione in serie B del Bologna. Chiodi, purtroppo, non poté contribuire ad aiutare la squadra con i suoi gol: si infortunò gravemente alla testa contro la Fiorentina al Comunale (in uno scontro aereo con Ciccio Graziani), finendo in coma per una notte. Al risveglio non ricordava più nulla, anche se ci pensò un fastidio all'orecchio a ricordargli quello che gli era capitato. Per lui un solo gol in campionato, nella vittoriosa trasferta di Avellino, con il "Partenio" espugnato per per 0-1 grazie a una sua prodezza. La sua bella avventura in rossoblù finì al termine di quel campionato; poi altre squadre, un precoce declino e il ritiro definitivo dal mondo del calcio, nel 1988. Terminata la carriera di calciatore, la porta di Casteldebole si aprì un'altra volta: per 3 anni Chiodi allenò le giovanili del Bologna con discreto successo. Grazie Stefano, eroe dei pomeriggi in rossoblù.

Chiodi, un destino da stella.

Di Rosanna Schirer

Anche se il calcio mi ha insegnato tanto, la vita vera inizia nel momento in cui smetti di giocare. Finchè sei dentro al mondo del pallone, e non puoi restarci se ti manca l'entusiasmo, le cose sono fin troppo facili". Stefano Chiodi, il calciatore bolognese che prima di lasciare l'agonismo aveva gia avviato un'altra attività di successo, è rimasto un tipo concreto e di poche parole. Appena si lascia andare, racconta: "Da ragazzo giocavo in una squadretta di periferia. Al campo ci andavo in bici, distava da casa 10 km. In piu gli zii mi portavano allo stadio a tifare per i miei idoli, mezzeali del Bologna quali il tedesco Helmut Haller e Giacomo Bulgarelli. Facevo pure atletica leggera ma a 15 anni ero gia in promozione e cosi scelsi di dedicarmi al calcio. Tre anni dopo debuttai addirittura in A con i rossoblu: pareggiammo 1-1, in casa, contro il Milan. Feci anche gol: in carriera ne ho fatti pochini ma tutti stupendi. Quella volta partii da meta campo, scartai 4 o 5 avversari e tirai in porta con tutta la forza che avevo. L' altra rete la segnò Vincenzi. Strano destino: qualche anno piu tardi lui si trasferi al Bologna, io al Milan". Nel '78 Stefano passa in rossonero: fa 7 gol e vince lo scudetto della stella, guidato da Niels Liedholm. Nel cuore custodisce pero il ricordo di un altro grande allenatore: Nereo Rocco, morto qualche mese prima della conquista del tricolore. Pieno di nostalgia, rammenta: "A Milano abitavo in un residence. Accanto alla mia stanza c'era quella del Paron che, dopo cena, passava a darmi qualche consiglio.

Il ritorno al Bologna

Una notte davano in tv un incontro di boxe con Muhammad Alì, credo. Quella sera Rocco passò da me e con la sua proverbiale calma disse: 'So che seguirai il match: vengo anch'io. Però fammi un favore, compera una bottiglia di vino' . Non ricordo che marca mi indicò: so che costava 80 mila lire e, per non fare brutta figura, ne acquistai due. A fine match si porto via la bottiglia rimasta...". La grintosa punta, che conta 3 presenze e 2 reti in nazionale Under 21 e 2 match e 2 gol nella Militare, quando passò alla Lazio subì una squalifica di 6 mesi per illecito (scommesse). Tornò poi al Bologna (con uno stop altrettanto lungo per un infortunio riportato in uno scontro con Graziani), quindi di nuovo alla Lazio, poi Prato, Campania e Rimini, per finire a Lugo di Romagna. Stefano, che nel frattempo aveva acquistato un albergo, ha lasciato a 30 anni: per 3 ha allenato i giovani del Bologna, poi ha fatto l'osservatore. Ora vive a Budrio; oltre all'albergo, ha un ristorante e un bar con ricevitoria Totocalcio, gestiti con la moglie Fausta. Ha il patentino di allenatore, ammira Beppe Signori e confida: "Quando ho smesso avevo paura di non farcela e mi sono staccato dal calcio per un anno. Ho sistemato i miei cimeli in due bauli che non ho piu toccato. Forse ora e giunto il momento di aprirli". E di tornare nel mondo del pallone...

Ciao Chiodi, Bologna ti piange.

Se ne va a 52 anni un mito rossoblù.

di Gianfranco Civolani

Subito gol al debutto, contro il Mi­lan e nella porta di Ricky Alber­tosi. Quanti giocatori hanno comin­ciato così? Pochi o pochissimi, ma a Stefano Chiodi è accaduto. E 8 gol alla prima stagione in serie A e a 19 anni non ancora compiuti, quasi co­me i nove di un altro illustre esor­diente - Roberto Mancini - qualche anno dopo. Stefano Chiodi era un bolognese arioso di provincia, nato a Bentivoglio. Figlio di un uomo che aveva un bel nome plebeo (Dinamo era appunto il nome del papà) Stefa­no era uno dei tanti bolognesi di paese (Dino Fiorini di San Giorgio di Piano, Cervellati di Baricella, Ghetti di Argelato) che si portavano dietro un sogno, quello di indossare una maglia prestigiosa e - come di­re - inossidabile nel tempo. E Bruno Pesaola non ci mise molto a capire che il pupone Stefano andava messo dentro e affidato alla buona grazia e alla preziosa collaborazione di un centravanti brasiliano ( Sergio Cle­rici detto il Gringo) che sapeva creare gli spazi giusti per chi con la maglia numero undici gli giocava così vicino. Era il primo Bologna senza Savoldi, appunto ceduto al Napoli dal presidente Conti in cam­bio di un gran pacco di soldi con l’aggiunta di due giocatori ritenuti un po’ frusti come l’ala destra Rosa­rio Rampanti e il centravanti Cleri­ci, un brasiliano paulista detto an­che il Sordo (ci sentiva da un orec­chio solo) che sulla piazza di Bolo­gna qualche anno prima era stato un mezzo disastro. Ma Luciano Conti si era cautelato prelevando dal Bre­scia un presunto bomber (tale Ber­tuzzo) che avrebbe dovuto spaccare il mondo. Ma già alla terza partita (ottobre del ‘75) il giovane Chiodi si fece sentire e praticamente portò via il posto al malcapitato Bertuzzo, un solo miserrimo gol in quindici partite con ovvia e rapida cessione.

Un cuore generoso

Stefano Chiodi aveva forza e faccia di bronzo. Fu subito precettato dai tecnici azzurri, giocò tre partite nel­la nazionale giovanile poi si perse un po’ per strada anche perchè af­flitto dai soliti infortuni che coltiva­no gli attaccanti che ci davano den­tro senza paura. Ma più tardi il pre­sidente Conti - che già aveva cedu­to ai migliori offerenti Savoldi e Pecci - non seppe resistere alla sire­na del Milan e là Stefano Chiodi conquistò lo scudetto della Stella mettendo a segno 7 gol (tutti su rigo­re, ma sempre 7) a maggior gloria di quel gioiello di squadra targato Lie­dholm e Rivera. Poi due anni dopo Stefano cominciò un po’ a declinare e a farsi qualche giro. La Lazio, di nuovo il Bologna per una rapida comparsata e - a meno di trent’anni - l’oblio a Napoli (ma in C, al Cam­pania) e al Pinerolo giusto per ac­chiappare gli ultimi quattrini. Ste­fano Chiodi - 33 gol in serie A - era un tipo solare che sapeva sempre buttarla sulla battuta pronta. E già da giovane gli piaceva buttarsi negli affari. Rilevò a Milano un ristoran­te insieme a quel bel tipo di Alber­tosi e poi con la moglie Fausta di­ventò a Budrio proprietario di al­berghi e ristoranti. E avrebbe volu­to fare l’allenatore (e lo fece, per un attimo nelle giovanili del Bologna), ma il lavoro lo assorbiva troppo e Stefano si era completamente dedi­cato agli aperitivi che sul mezzo­giorno sfornava per gli amici di pro­vincia. Stefano Chiodi era un cuore generoso. Aveva lanciato il Memo­rial Fiorini in onore di un caro ami­co così prematuramente scomparso. Ma l’ultima volta - a Pianoro - al Memorial Chiodi non arrivò mai. C’erano tutti gli altri, ma lui no. Ste­fano stava male, prima un po’ male e poi molto male e adesso Stefano ­amico mio e di tutti i giornalisti miei coetanei - se n’è andato a cinquanta­due anni. Mi diceva sempre: « Ma come siamo messi con ‘ sto Bolo­gna? » Caro Stefano, eravamo messi meglio quando c’eri tu.

È morto Chiodi, debuttò in rossoblù.

Pochi, ma belli, i gol di Stefano Chiodi. «Agivo da unica punta, mi muovevo orizzontalmente per fare spazio agli altri. Il pubblico mi voleva bene lo stesso», diceva di sé. Stefano Chiodi, ex centravanti del Bologna negli anni Settanta, poi del Milan e della Lazio, è morto questa mattina al Maggiore. Avrebbe compiuto 53 anni il 26 dicembre prossimo, ma era malato da lungo tempo. Quando lasciò per la prima volta Bologna per approdare al Milan aveva 22 anni. Ma alla fine, dopo una carriera in giro per l’Italia, aveva deciso di tornare sotto le Due Torri per aprire un’osteria e altre attività nel borgo di Budrio. Nel suo «Ristorante del Teatro», c’è ancora la foto del tiro al volo col quale inchiodò un immobile Ivano Bordon. Era il 29 gennaio 1978. «Il mio gol più bello: io segnavo d'istinto e quindi mi venivano bene», disse una volta. Cresciuto calcisticamente nelle giovanili rossoblù, dopo un prestito al Teramo, debuttò in serie A con il Bologna nel 1975, segnando un gol al Milan, la stessa squadra che un anno dopo l'ha acquistato a peso d’oro e che lui ha trascinato alla conquista dello scudetto, quello della stella, il numero 10. Poi giocò ancora diversi anni, prima di nuovo a Bologna e poi con Lazio e Prato. Forte fisicamente, veloce e dotato di buon dribbling e tiro ebbe uno dei momenti miglior giocando sotto la guida del «Petisso» Pesaola, al fianco del brasiliano Sergio Clerici. Per lui 87 partite in serie A e 19 gol col Bologna.

IL LUTTO DEI CLUB - Per ricordarlo la società rossoblù ha lasciato un messaggio sul suo sito ufficiale: «Tutto il Bologna F.C. 1909, presidente, dirigenti, tecnici, giocatori e dipendenti, si stringe alla famiglia nel ricordo di Stefano».

Colomba: «Era generoso e ironico». Budrio era diventato il suo rifugio.

BOLOGNA - Personaggio unico, ironico, si faceva vo­ler bene. Era diretto, non amava i giri di parole. Chio­di amava parlare con la gen­te e confrontarsi con tutti senza mai un briciolo di pre­sunzione. Per questo era particolarmente noto e ama­to a Budrio, il suo rifugio. Ha combattuto sino all'ultimo istante con quel piglio che era assai noto a chi lo cono­sceva bene. Al suo fianco è rimasta, costantemente, la moglie Fausta. Sposato e pa­dre di due figli, Tommaso e Irene, Stefano era diventato un apprezzato ristoratore a Budrio, dove ha gestito per anni un importante albergo ­ristorante, e nella frazione di Prunaro dove ha aperto con successo una pizzeria dove ha lavorato sino a quando la malattia glielo ha permesso assieme alla moglie, ai figli, ai nipoti. Franco Colomba: « Abbiamo condiviso bei momenti insieme. Era un ragazzo generoso, sensibile e sempre con il sorriso sulle labbra ». La sua morte non ha colto di sorpresa. Da anni infatti il centravanti, dal calcio impressionante, combatteva contro la malattia. I funerali si terranno domani mattina alle 10.30 presso la chiesa di San Lorenzo a Budrio. Ci sarà un intera comunità che ha apprezzato Stefano Chiodi, l'amico di tutti.

Storia e successi del calciatore budriese Stefano Chiodi

di Leonardo Arrighi

10 giugno, 2014

Stefano Chiodi è stato un grande calciatore: attaccante simbolo del Bologna e uomo decisivo nella conquista del decimo scudetto da parte del Milan. I risultati sportivi ottenuti sono indiscutibili, ma ciò che fa di Stefano un autentico campione sono le qualità che sfuggono agli almanacchi. Tra queste spiccano: la forza di saper controbattere agli sgambetti della cattiva sorte, sempre pronto a far leva su un inossidabile ottimismo; il senso di responsabilità provato nei confronti delle persone, in particolare i ragazzi, che vedevano in lui un modello da seguire; la capacità di difendere la purezza della propria passione attraverso la rinuncia a qualsiasi tipo di compromesso; la generosità e l’altruismo in campo e nella vita quotidiana. Tali attributi si possono istantaneamente cogliere osservando i gol di Stefano, ogni volta traspare l’intenzione di offrire agli spettatori qualcosa di speciale e la gioia espressa dopo la marcatura è un inno immortale alla condivisione di un momento felice ed ispirato.

I primi calci al pallone

Stefano Chiodi nasce a Bentivoglio il 26 dicembre 1956. La famiglia, composta anche da un fratello ed una sorella, vive a Funo. Sin da bambino, Stefano mostra una notevole predisposizione per lo sport: le prime partitelle con gli amici e le gare di atletica coinvolgono il futuro campione d’Italia, che alla domenica comincia a frequentare lo stadio di Bologna. Gli zii, grandi tifosi dei rossoblu, accompagnano il nipote e lo contagiano con la loro passione. Chiodi resta colpito da Helmut Haller e Giacomo Bulgarelli, che diventano immediatamente i suoi miti. Le emozioni vissute sugli spalti del Renato Dall’Ara vengono tradotte in progressi sul terreno di gioco da parte del ragazzino di Funo, che fa già parte di una piccola squadra di Corticella. I chilometri percorsi, in sella ad una bicicletta, per raggiungere il campo, il confronto con la fatica prodotta dagli allenamenti sono degli stimoli per Stefano, che forgia in questi anni il suo spirito tenace e disposto al miglioramento. La volontà di progredire come calciatore è da subito fondamentale per il giovane Chiodi, molto maturo per la propria età. Prima di compiere quindici anni, il ragazzo esordisce in promozione nel Castelmaggiore e dopo una stagione si ritrova conteso tra Torino e Bologna. I granata sono in anticipo sugli emiliani, ma il padre – inizialmente titubante a proposito del futuro sportivo del figlio – decide di non firmare il documento di autorizzazione per andare a Torino, preferendo i rossoblu. Chiodi entra a far parte delle giovanili del Bologna dove conosce altri coetanei promettenti: Paris, Pecci, Colomba e Ferrara. Con la squadra primavera, il giovane di Funo partecipa al Torneo di Viareggio, in cui si distingue, centrando una inattesa finale persa di misura contro la Fiorentina di Antognoni.

L’esordio in Serie A

Nel 1974 il Bologna promuove Stefano nella formazione maggiore, decidendo però di mandarlo per un anno in serie C1 al Teramo: Chiodi comprende l’importanza di quei mesi e sa che sarà sorvegliato dalla dirigenza rossoblu. Il risultato è esaltante: l’esordiente realizza otto reti in ventinove partite e trascina il Teramo fino al secondo posto. L’entusiasmo dei tifosi è incontenibile e la memoria di quell’annata appare ancora viva nella città umbra, che a distanza di parecchi anni lo ha premiato per aver messo a segno il gol più bello della storia dello Stadio Comunale. Rinvigorito dalle conferme ottenute, Stefano diventa il centravanti titolare del Bologna. L’esordio in serie A, avvenuto il 19 ottobre 1975, è folgorante: Bologna-Milan, giocata in un fresco pomeriggio d’autunno, vede gli emiliani in svantaggio di una segnatura e prossimi alla sconfitta. Ad un quarto d’ora dalla fine però si scatena il giovane attaccante che, dopo un’azione travolgente in cui riesce a dribblare cinque avversari, tira un bolide imprendibile per Albertosi. Il pareggio conclusivo è accolto con grande gioia dalla curva rossoblu, che incorona Chiodi come suo nuovo beniamino. Nella trasferta di Napoli il diciannovenne stupisce tutti con una doppietta meravigliosa e al termine del campionato 1975-1976 i gol saranno otto. Nelle due stagioni successive, sempre con la maglia del Bologna, l’attaccante segna dieci marcature in campionato ed una in Coppa Italia. Il diploma come perito professionale ed il servizio militare distolgono Stefano dagli impegni agonistici, ma il calciatore – convocato nella nazionale under-21 nel 1977 e capace di collezionare tre presenze e due reti – riesce a confermarsi ad alti livelli, suscitando l’interesse del Milan che decide di acquistarlo per l’enorme cifra di un miliardo di lire più la vendita di Francesco Vincenzi.

La vittoria dello scudetto

L’arrivo a Milano, fortemente caldeggiato da Gianni Rivera, è un sogno che si avvera. Chiodi, poco incline a parlare di calcio al di fuori del rettangolo verde, fatica a contenere l’emozione. Niels Liedholm, leggendario allenatore del Milan, lo inserisce nella formazione titolare, assegnandogli un ruolo molto importante. Stefano sarà il centravanti di riferimento, che dovrà svolgere anche compiti imprescindibili per l’impostazione tattica voluta da Liedholm. L’allenatore svedese fa affidamento sullo spirito di sacrificio del nuovo arrivato, che sa farsi carico di un lavoro, spesso oscuro, decisivo per il successo di squadra: l’apertura di spazi per i compagni, a prezzo di duri colpi ricevuti, è una delle priorità per il bolognese, che mostra un altruismo impareggiabile. L’attaccante rossonero usufruisce di una serie di consigli speciali ricevuti da Nereo Rocco (suo vicino di casa a Milano), ben disposto verso quel ragazzo così simpatico e pieno di talento. La stagione 1978-1979 è trionfale: il Milan conquista il decimo scudetto (quello della stella) e Chiodi si impone come un vero protagonista per i sette gol realizzati, per la freddezza sui calci di rigore e soprattutto per aver interpretato benissimo il suo ruolo. Il primo anno nel capoluogo lombardo è impreziosito da cinque presenze e due reti in Coppa Uefa e da due realizzazioni in Coppa Italia. La seconda stagione al Milan non risulta altrettanto fortunata per i rossoneri, che a fine campionato sono investiti dal ciclone del calcioscommesse e retrocessi in serie B. Stefano, autore di undici gol nel 1979-1980, viene ingiustamente squalificato per sei mesi e dopo poche settimane riceve la notizia della cessione alla Lazio, anch’essa spedita in serie B.

Un periodo sfortunato

Il calciatore bolognese fatica a celare la tristezza per gli eventi che hanno colpito il calcio. Chiodi non è rammaricato soltanto per il suo infondato coinvolgimento, ma perché vede lo sport che ama irrimediabilmente privato della propria credibilità. Il pensiero che i tifosi non possano più fidarsi del loro sport preferito è insopportabile per un giocatore responsabile e consapevole come lui. Dopo la stagione passata alla Lazio, nel 1981 arriva il desiderato ritorno al Bologna. Purtroppo il rientro in rossoblu è segnato da un grave infortunio patito in uno scontro di gioco durante una partita di campionato contro la Fiorentina: la conseguenza di un contrasto aereo con Ciccio Graziani è un forte colpo alla testa, che causa un giorno di coma a Stefano. La collisione si traduce in una serie di mesi di riposo forzato e riabilitazione per recuperare la completa funzionalità di una parte del corpo. Chiodi – cha abbandona la serie A con un bottino di trentatré gol – non si perde d’animo e con ottimismo e tenacia riesce a tornare in campo con la maglia della Lazio nella stagione 1982-1983. I problemi fisici dovuti all’infortunio dell’anno precedente non smettono di farsi sentire e, al termine del campionato, Chiodi lascia la squadra biancoceleste. Per due anni e mezzo il calciatore emiliano milita in serie C1 nel Prato, nel Campania e nel Rimini, poi nel 1986 passa al campionato interregionale prima al Pinerolo e poi al Baracca Lugo fino al 1988.

La vita oltre il calcio

Conclusa la carriera agonistica, Stefano sceglie di continuare a vivere a Budrio dove si è trasferito dopo il matrimonio, avvenuto nel 1981, con Fausta Lambertini. Il budriese d’adozione è impegnato per tre anni come allenatore del settore giovanile del Bologna. Il rapporto con il calcio non viene mai meno, anche se l’attaccante preferisce frequentare i campi di periferia, in cui a volte indossa maglietta, pantaloncini e scarpe per riavvicinarsi alla sua grande passione. Chiodi, padre di Tommaso ed Irene, avvia alcune attività a Budrio e Prunaro: un hotel, un ristorante, una pizzeria ed un bar. I nuovi impegni lavorativi sono affrontati con la sua caratteristica positività e in breve tempo riesce a creare dei luoghi di aggregazione insostituibili. La sensibilità dell’ex attaccante si manifesta nell’organizzazione del Memorial Giuliano Fiorini, compagno di Chiodi nei primi anni trascorsi al Bologna e prematuramente deceduto nel 2005. Il trasporto emotivo con cui il campione d’Italia del 1978-1979 si impegna nella difesa della memoria dell’amico è una ulteriore riprova del valore di Stefano che, al termine di una lunga malattia, muore il 4 novembre 2009. Dal 2010 a Funo viene organizzato un Memorial in suo onore. A noi il compito di ricordarlo anche a Budrio dove il suo nome non potrà mai essere dimenticato.

Ringrazio Tommaso Chiodi, Fausta Lambertini, Fernando Pazzaglia ed Ezio Venturoli.

Stefano Chiodi, un talento.

Di Vanni Zagnoli

Chiodi era un talento, il Torino l’aveva acquistato non ancora maggiorenne, il padre però lo convinse a firmare per il Bologna, di cui era tifoso. A 18 anni andò in prestito al Teramo, in serie C, segnò 8 gol. Nel 1975 debuttò in A con i rossoblù, gol al Milan. Forte fisicamente, veloce e dotato di buon dribbling e tiro notevole, diede il meglio in avvio. In rossoblù, con l’allenatore Bruno Pesaola, il Petisso, accanto a Sergio Clerici: dopo il ritiro di Josè Altafini, nel ‘77-‘78, il brasiliano restò l'unico straniero della serie A, dopo la chiusura delle frontiere, dal ’64 all’80. Del suo Bologna il 13 febbraio è scomparso Giacomo Bulgarelli, per la stessa malattia, nel 2005 un tumore al pancreas portò via Giuliano Fiorini, classe ’58. I tre erano amici, si ritrovavano spesso il lunedì sera, a cena e poi per giocare a carte, in un ristorante bolognese, la Brenta.“Aveva doti calcistiche e fisiche non comuni – sottolinea l’amico Farioli -, per essere un campione gli mancava solo la testa: non era così professionista fuori dal campo. Calciava di destro e sinistro, indifferentemente, con il suo 37 di piede. Debuttò in under 21, senza arrivare mai in nazionale. Lascia la moglie Fausta, 44 anni, con la quale gestiva una pizzeria a Prunaro, frazione di Budrio, nel Bolognese. E’ lì che la famiglia Chiodi si è realizzata in attività commerciali, nell’ultimo quarto di secolo, dopo il ritiro di Stefano dal calcio. Ha condotto l’hotel Sport, il bar Centrale, poi il ristorante albergo Del Teatro, sempre a Budrio. Il figlio Tommaso, 24 anni, si è appena laureato, la figlia Irene, 20, studia all’università. Farioli è stato per 30 anni titolare del Sultano, notissimo parrucchiere e poi centro benessere e palestra di Bologna. Chiodi era di Funo, l’amico di Castelmaggiore, dove l’attaccante fece le giovanili, fu lo stesso Farioli a introdurlo nella vita della Dotta.

Gol del mese contro l'Inter

“Il suo gol più bello al Dall’Ara, contro l’Inter, non aveva ancora 20 anni. Stop di petto a centro area, fece girare la palla sopra la testa dell’avversario, si girò e la mise nel sette: alla Domenica Sportiva venne premiato come gol del mese”. Chiodi era soprattutto un burlone.“In compagnia aveva la battuta facile, raccontava barzellette, scherzava, si ritrovava a giocare a briscola anche con Bellugi, Bob Vieri (il padre di Cristian, ndr), Maselli e il portiere Zinetti”. Era rimasto in contatto con Giovanni Mei, l’ex stopper, ora osservatore per Franco Colomba, allenatore del Bologna, con Oriano Grop, Eraldo Pecci e Gil De Ponti. Stefano Chiodi nacque il 26 dicembre 1956 a Bentivoglio (Bo). Giocò nel Bologna dalla stagione 1975-76 al 1977-78, e ancora nel campionato 1981-82. Cresciuto nelle giovanili rossoblù, vanta 95 presenze e 21 reti in totale tra campionato e coppe.

Stagione
Squadra
Campionato
Coppe naz.
Coppe euro.
Altre coppe
Totale
Com
Pres
Reti
Com
Pres
Reti
Com
Pres
Reti
Com
Pres
Reti
Pres
Reti
1975-1976
Bologna
A
22
8
CI
-
-
-
-
-
-
-
-
22
8
1976-1977
Bologna
A
25
5
CI
1
1
-
-
-
-
-
-
26
6
1977-1978
Bologna
A
25
5
CI
4
0
-
-
-
-
-
-
29
5
1981-1982
Bologna
A
15
1
CI
3
1
-
-
-
-
-
-
18
2


87
19


8
2


-
-


-
-
95
21
Legenda:
A – Serie A
CI – Coppa Italia






Stefano Chiodi (Bentivoglio [BO], 26 dicembre 1956 – Bologna, 4 novembre 2009). 95 presenze nel Bologna tra Serie A e Coppa Italia, e 21 reti, dall'esordio, 19 ottobre 1971, all'ultima partita in rosso-blu, 18 aprile 1982. Ottimo attaccante, crebbe nel settore giovanile del Bologna, che l'aveva prelevato giovanissimo dal Castelmaggiore. Per lui 3 presenze nella Nazionale Under 21 e 2 reti.

STEFANO CHIODI IN NAZIONALE – UNDER 21
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Como, Stadio Giuseppe Sinigaglia, 9 febbraio 1977
ITALIA U21 - LUSSEMBURGO U21 4-0 (1-0)
ITALIA U21: Giovanni Galli (AC Fiorentina); Nazzareno Canuti (FC Internazionale Milano), Antonio Cabrini (Juventus FC); Loris Boni (AS Roma), Lionello Manfredonia (SS Lazio), Roberto Galbiati (Pescara Calcio); Paolo Rossi (SS Lanerossi Vicenza), Agostino Di Bartolomei (AS Roma), Salvatore Garritano (AC Torino) (dal 46' Bruno Giordano [SS Lazio]), Francesco Guidolin (AC Hellas Verona) (dal 71' Roberto Tavola [Atalanta BC), Stefano Chiodi (Bologna FC). A disp.: (12 Claudio Tarocco (Genoa 1893), 13 Mauro Ferroni (UC Sampdoria), 14 Franco Ogliari [Genoa 1893]). All. Azeglio Vicini
LUSSEMBURGO U21: Scholtes; Dax, Simon; Woalter, Raths, Bossi H; Scheltler, Dresch, Noel, Koster, Nauman. A disp.: (12 Kirsch, 13 Bossi J., 14 Clemens, 15 Chilling, 16 Thillens). All. –
Arbitro: Tauss (Jugoslavia).
Reti: al 14' Chiodi, al 72' Di Bartolomei, all'82' Di Bartolomei (rig.), all'89' Manfredonia.
Angoli: 9-1 per l'Italia
Note: in tribuna il direttore tecnico della squadra nazionale Bernardini, numerosi allenatori e direttori sportivi di serie "A" e "B".
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Modena, Stadio Alberto Braglia, 24 febbraio 1977
ITALIA U21 - FINLANDIA U21 1-0 (0-0)
ITALIA U21: Giovanni Galli (AC Fiorentina); Nazzareno Canuti (FC Internazionale Milano), Antonio Cabrini (Juventus FC); Loris Boni (AS Roma), Lionello Manfredonia (SS Lazio), Roberto Galbiati (Pescara Calcio); Paolo Rossi (SS Lanerossi Vicenza), Agostino Di Bartolomei (AS Roma), Salvatore Garritano (AC Torino) (dal 20' s.t. Pietro Fanna [Atalanta BC]), Andrea Agostinelli (SS Lazio), Pietro Paolo Virdis (Cagliari Calcio) (dal 1' s.t. Stefano Chiodi [Bologna FC]. All. Azeglio Vicini
FINLANDIA U21: Isooaho; Pullainen, Hekkinen; Vaittinen, Laarsko, Koskine, Laskinen, Haaskivi, Satmi, Naukarinnen (dal 16' s.t. Ismail), Eskelinen. All. –
Arbitro: Ferdinando Reggiani di Bologna
Reti: Rossi al 37' s.t.
Angoli: 15-5 per l'Italia
Spettatori: circa 15 mila per un incasso di lire 20 milioni 14.000
Note: cielo coperto, terreno in buone condizioni. Presenti in tribuna il commissario tecnico Bearzot, il vice presidente della Lega Cestari e numerosi allenatori ed ossevatori.
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Firenze, Stadio Comunale, 22 febbraio 1978
ITALIA U21 - FINLANDIA U21 1-0 (0-0)
ITALIA U21: Giovanni Galli (AC Fiorentina); Nazzareno Canuti (FC Internazionale Milano), Antonio Cabrini (Juventus FC); Patrizio Sala (AC Torino), Lionello Manfredonia (SS Lazio), Roberto Galbiati (Pescara Calcio) (46' Moreno Ferrario [SS Calcio Napoli]; Salvatore Bagni (AC Perugia) (46' Pietro Fanna [Juventus FC]), Andrea Agostinelli (SS Lazio), Bruno Giordano (SS Lazio) (46' Paolo Rossi [SS Lanerossi Vicenza]), Roberto Tavola (Atalanta BC), Stefano Chiodi (Bologna FC). All. Azeglio Vicini
FINLANDIA U21: Lindholm; Lahtinen, Helin; Salonen, Rissanen, Myotanen, Tomi Jalo, Ulmonen, Siolund (64' Timo Jalo), Houtsonen, Linjamaki (82' Kaartinen). All. –
Arbitro: Giulio Ciacci di Firenze
Reti: Chiodi al 35' s.t.
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venerdì 16 ottobre 2009

Bologna - Genoa 2009: coreografia del centenario.





Bologna, 4 ottobre 2009. Il Bologna Football Club ha 100 anni e 1 giorno. La Curva Andrea Costa e il Centro Bologna Clubs, per celebrare il grande evento, organizzano una strepitosa coreografia con più di 20 mila bandiere consegnate in tutto lo stadio. Coreografia completamente autofinanziata dai gruppi della Curva Andrea Costa e dal C.B.C., con una spesa complessiva di 41.676 euro, poi completamente recuperati con la tre giorni di festeggiamenti per il centenario, con la vendita di materiale e con la libera offerta dei tifosi per le bandiere all'ingresso dello stadio. 

venerdì 11 settembre 2009

Giorgio Comaschi legge racconto di Gianni Brera su Angelo Schiavio




Tributo di Giorgio Comaschi ad Angelo Schiavio, leggendario centravanti e fuoriclasse del Grande Bologna anni Venti e Trenta, senza dubbio il più grande giocatore nella storia del club rossoblù. L'articolo, letto e interpretato da Giorgio Comaschi, venne scritto da Gianni Brera in occasione del cinquantenario del Bologna, nel 1959, e pubblicato sul libro ufficiale dei 50 anni. Ringrazio l'amico Lenny per la gentile concessione del video. Riposto anche l'articolo di Brera, per quelli che non l'avessero letto nel profilo dedicato ad "Angiolino".

Gianni Brera, giornalista e scrittore, articolo scritto per i 50 anni del Bologna.

"L'ultima immagine di Anzléin Schiavio atleta mi balena alla memoria in un grande ellisse di camiciole con le maniche corte: l'Arena a giugno. Doveva arrivare il Giro d'Italia: forse il quarto vinto da Binda. Era in programma Milan - Bologna. Al centro dell'attacco bolognese giocava Anzléin Schiavio fatto magro dagli anni, dal gran correre e dai calci. A guardia della porta del Milan era Compiani. Io stavo appostato presso quella porta con Giorgio Strehler, che allora ignorava Shakespeare ma sapeva egualmente insegnarne di bellissime. Il Milan voleva vivere il suo stadio garibaldino, fatto di tumultuose scorribande in contropiede, di arcigne rincorse in difesa, di spallate e calcioni assai gagliardi. Il mio eroe di allora era el Ginin Perversi, volonterosamente affiorato a Milano dai dolci paduli della mia riva. Schiavio era già nel mito, come avviene di certi dei che altri più fortunati soppiantano nella venerazione degli umili. D'improvviso lo vidi scendere a rete in un gran bagliore di luce: aveva le gambe arcuate, gonfie e quasi bitorzolute di muscoli ipertrofici: teneva i gomiti larghi e difendeva la palla ad ogni tocco di dribbling con una sorta di balzo fra lo scimmiesco e il felino. Inspiegabilmente il carosello dei difensori milanisti si apriva innanzi a lui: poi strinsero in grande affanno Perversi e Schienoni, e intanto Compiani era chinato in avanti e si batteva le mani sulle cosce come chi si aspetta qualcosa. Schiavio accennò uno scarto sulla destra: levò gli occhi dalla palla che aveva toccato da ultimo col sinistro, poi miracolosamente battè rasoterra di collo destro. La palla rigò l'erba già rinsecchita dal solleone, ebbe una sorta di rimbalzo all'altezza del rigore: Compiani si distese e guizzò stancamente verso il palo di destra: giunse a palme unite sulla linea un istante dopo il passaggio della palla. Lo stesso Schiavio parve stupito dal gol. Aveva battuto un destro senza convinzione, forse esausto dallo scatto e dai dribblings precedenti in cuor suo avrebbe preferito - immagino - aprire ad un compagno, a Reguzzoni che seguiva l'azione sull'estrema sinistra, poi l'istinto l'aveva indotto a tentare lo spiraglio intravisto sulla destra. Compiani era al centro della porta, a sua volta si aspettava un passaggio: da quasi venti metri il vecchio sornione l'aveva sorpreso sul tempo. Schiavio alzò le braccia e tentò un saltello che sicuramente venne limitato dall'abitudine. Qualche compagno accorse ad abbracciarlo. Lui si schermì con un timido sorriso. E tornò trotticchiando a centro campo. Il Bologna passò altre due volte. Schiavio sparì per tornare nel mito. Né mi stupì, conoscendolo di persona, molti anni dopo, che fosse svenuto al veder entrare, a un palmo dalle dita di Planicka, il pallone che sanciva la prima vittoria mondiale dell'Italia. Non mi stupì che Monti (una sorta di spietato corazziere del quinquennio) gli avesse stroncato una gamba all'inizio di un incontro decisivo per lo scudetto. Schiavio doveva essere per tutti un avversario tremendo. Vedendolo spesso ritratto da fotografi e da disegnatori, me ne feci un' idea forse stramba ma non implausibile: che avesse graffi, borghie ed uncini alle articolazioni delle braccia e delle gambe, simile a certi guerrieri che non videro l'archibugio. E quando seppi da lui che, nato e cresciuto a Bologna, imparato il calcio e raggiunta a Bologna la celebrità mondiale, era tuttavia comasco di origine, quell'immagine che mi ero fatto prese tale consistenza in me da commuovermi. Appassionato come sono di storia padana, il trasferimento della famiglia Schiavio da Como a Bologna mi parve una riparazione dovuta dai lombardi comaschi a fratelli lombardi più fedeli. Bologna infatti non aveva mai abbandonato la Lega; a Bologna non v'è lombardo che non si trovi a casa, cara deliziosa città in cui mi pare di aver vissuto altre vite, non so in quale tempo favoloso".


Ancora Giorgio Comaschi che racconta la centenaria storia rossoblù in Piazza Maggiore durante la serata: "Sotto le Stelle rossoblù del Cinema". Nel video si notano tante vecchie glorie del Bologna di un tempo: Dino Ballacci, Gino Pivatelli, Ezio Pascutti, Franco Janich, Eraldo Pecci, Gigi Maifredi e Giancarlo Marocchi. Nel filmato vengono mostrati anche frammenti su pellicola della Bologna d'antan, con i suoi canali, le sue concerie, le sue piazze, i suoi portici. Si nota anche un bel video dell'Istituto Luce della seconda gara di finale scudetto 1929, giocata tra il Bologna e il Torino e disputata al vecchio "Campo Torino" di corso Filadelfia.

mercoledì 26 agosto 2009

Roberto Mancini



Roberto Mancini, per tutti i tifosi semplicemente "Il Mancio", è ancora una ferita aperta sulla pelle dei tifosi del Bologna, una ferita che non si rimargina, nonostante siano passati tanti anni. La vergognosa cessione di Mancini fu un trauma che seguì un altro scioccante avvenimento in casa rossoblù: la prima storica retrocessione in serie B del Bologna. La caduta negli inferi del calcio dopo più di settanta anni senza mai retrocedere nelle categorie inferiori. Il glorioso Bologna F.C. era infatti una delle tre squadre (assieme alla Juventus F.C. e all'Internazionale) che potevano vantare di essere sempre state presenti nella massima divisione nazionale, fin dagli albori del calcio italiano. Quel campionato fu veramente una tragedia sportiva per il Bologna. Da quel pomeriggio infausto ad Ascoli cominciò un lento declino del club bolognese, un declino di ambizioni ad alto livello da cui il Bologna non si è mai completamente ripreso. Il "Mancio" apparve come una stella cometa nel cielo rosso-blu di quei primi anni Ottanta, i tifosi ammiravano estasiati le giocate di quel fuoriclasse bambino che accarezzava il pallone come solo i grandi del football sapevano fare. I vecchi tifosi dello "Sterlino" e poi del "Littoriale", sognavano nuovi orizzonti, vedevano realizzarsi il sogno di un nuovo grande campione uscito direttamente dal vivaio, un nuovo idolo con il quale identificarsi. Ma purtroppo per loro e per il Bologna, in quei primi anni '80 il presidente del B.F.C. portava il nome e cognome di Tommaso Fabbretti. Era un assicuratore di origini calabresi (ma bolognese praticamente da sempre), già presente nello sport cittadino in veste di sponsor della Fortitudo Pallacanestro con il marchio "Mercury". Piombato nel mondo pallonaro nel 1979, dopo avere rilevato il Bologna da Luciano Conti, il suo primo anno di presidenza - campionato 1979-80 - fu tutto sommato buono, nonostante la bufera calcioscommesse. Ottavo posto e tranquillo centroclassifica. L'anno seguente - 1980-1981 - fu invece ottimo: il Bologna di Gigi Radice diede spettacolo, nonostante la penalizzazione di cinque punti, che negò al Bologna un quinto posto strameritato. Poi l'inferno. 

Prima retrocessione in serie B nella storia del club; cessione di Roberto Mancini alla Sampdoria; e un'altra retrocessione - la seconda consecutiva -, questa volta in serie C1. Un disastro epocale. Nel giro di un anno venne letteralmente distrutta e umiliata una delle squadre più gloriose di tutto il football italiano. Per Fabbretti, ormai completamente fuori controllo, fu facile cedere alle lusinghe e ai soldi di Paolo Mantovani, petroliere e presidente della neopromossa ed emergente Sampdoria: con una misteriosa e poco chiara trattativa condotta in Svizzera, direttamente con Mantovani e il d.s. Borea (appena uscito dal Bologna retrocesso e ingaggiato dalla Sampdoria...), Fabbretti cedette Mancini alla Samp per 4 miliardi, con a corollario alcuni giocatori non di primo piano o a fine carriera: Galdiolo, Logozzo, Roselli e Brondi. Gigi Radice, già contattato da Fabbretti per tentare di indorare ai bolognesi l'amarissima pillola della retrocessione in B, annunciò in un'infuocata conferenza stampa, che mai avrebbe guidato il Bologna in serie B privo di Roberto Mancini. Il giorno dopo, Fabbretti non poté che confermare l'assurda cessione del giovane fuoriclasse rossoblù, non senza avere prima replicato duramente a Gigi Radice con queste parole: "Radice aveva trattato la cessione di Mancini alla Juventus, l'affare voleva farlo lui. Sono gli allenatori di questo genere che rovinano le società". In città la notizia si diffuse rapidamente: si scatenò una furibonda contestazione, con tanto di enorme corteo per le vie cittadine, e violenta sassaiola sotto alle assicurazioni di Fabbretti (furono mandate in frantumi diverse vetrate). Fu anche appiccato il fuoco alla sua casa - diversi infissi di casa Fabbretti bruciarono -, il tutto in uno scenario irreale e incredibile. Intanto però il "Mancio" era perso per sempre. Il sogno dei tifosi rossoblù di potere ritornare grandi con un campione costruito in casa naufragò in quei giorni. Roberto Mancini fece in seguito le fortune di Sampdoria e Lazio, regalando giocate sublimi, da autentico fenomeno del pallone. L'ingiustizia storica era così compiuta; un'ingiustizia e una ferita che brucia ancora sulla pelle dei tifosi del Bologna come una frustata. 

BOLOGNA, 9 MAGGIO 1982: BOLOGNA - INTER 3-1.

Tratto da "...Ho visto un gran Bologna...".
Le più belle vittorie in 30 anni di storia rossoblù dall'ultimo scudetto ad oggi.

Prima o poi, durante questo racconto che ripercorre trent'anni di vittorie rosso blu, al fatidico campionato della nefasta retrocessione in B dovevamo arrivarci. E scegliere un momento positivo nella stagione 1981/82 è davvero difficile. Sotto la guida di Burgnich, subentrato a Radice andato a farsi esonerare a Milano, la squadra gioca malissimo e ciò che di buono è stato fatto l'anno precedente è presto dimenticato. Esplode Roberto Mancini, diciassettenne dalla classe cristallina, ma non basta. Il nuovo straniero, Herbert Neumann, è una larva e il suo unico merito pare essere quello di avere portato a Bologna la bellissima moglie Maria; un infortunio in fase di preparazione lo ha certamente condizionato, ma non abbastanza da giustificarne lo scarsissimo rendimento. La difesa fa acqua e gli attaccanti Fiorini, Chiodi e Chiorri non segnano neanche a porta vuota. Dopo l'umiliazione del 4-1 di Cesena, a otto turni dalla fine subentra in panchina l'indimenticato Franco Liguori, al quale però manca l'esperienza necessaria per tirare fuori dalle sabbie mobili una squadra in disarmo. Il primo approccio illude tutti: 2-0 sulla Roma, reti di Fiorini e Mancini, con Neumann che gioca finalmente da par suo. Nessuno osa pensare seriamente che il Bologna possa finire in serie B, sarebbe come se cadesse la Torre Asinelli, o se sparisse il santuario di San Luca, ovvero i simboli perpetui della città, caratteristici come appunto la permanenza della squadra nella massima serie da quando esiste il calcio italiano. Invece arrivano una dopo l'altra durissime batoste contro Napoli, Fiorentina, Udinese e Genoa. Il 9 maggio, alla penultima, i rosso blu hanno ancora una minuscola speranza; di fronte c'è un'Inter demotivata, ma sempre al quarto posto e con sei futuri campioni del mondo in campo. Giocano la carta della disperazione. 

Boschin, Cilona, Fabbri; Paris, Mozzini, Carrera; Fiorini, Baldini, Mancini, Colomba, Pileggi. I nerazzurri oppongono Bordon, Beppe Baresi, Oriali; Marini, Bergomi, Bini; Centi, Prohaska, Altobelli, Beccalossi, Serena. Dirige Menicucci. In tribuna Azeglio Vicini è venuto a verificare i progressi sbalorditivi di Mancini per la sua Under 21. Parte a testa bassa, il Bologna, ma all'ottavo Centi fa piombare nel silenzio il vecchio stadio segnando in diagonale in mezzo ad una difesa di belle statuine. Uno spettro aleggia ormai liberamente sul Comunale: la serie B. E invece i rossoblù trovano la forza di reagire: all' undicesimo Bordon salva su Mancini, un minuto dopo Mozzini coglie la traversa di testa. Dopo un "mani" di Baresi in area, giudicato involontario, e un gol annullato a Prohaska per fuorigioco di Serena, il sospiratissimo pareggio arriva al 19': tira da fuori Fabbri, la difesa respinge, riprende Fiorini che piazza un botta secca nell' angolo lontano. Un gran gol. "Fiore" è scatenato e si ripete al 25' superando in corsa Bergomi, futuro francobollatore di Rummenigge nella finale Mundial, e concludendo imparabilmente di destro alle spalle di Bordon. Vantaggio! Lo spettro si dissolve per un attimo. Solo per un attimo, perchè anche Cagliari e Genoa, che precedono il Bologna di un punto, stanno vincendo. L'Inter assiste ormai svogliatamente alla partita e subisce il terzo gol al 31' della ripresa per opera di Mancini, dopo lunga fuga. 

È il suo nono centro; doveva cominciare il campionato con la speranza di giocare qualche incontro, e alla fine li ha giocati tutti. Sulla catastrofe di Ascoli, la settimana successiva al 3-1 rifìlato all'Inter, preferisco non dilungarmi. Si affrontò sapendo in anticipo che neppure un miracolo avrebbe salvato lo squadrone che tremare il mondo... faceva. Cagliari e Genoa, ovviamente, ottennero da Napoli e Fiorentina il punticino di cui avevano bisogno. Il Bologna, che doveva assolutamente vincere per potere quantomeno tenere accesa una fiammella di speranza, passò in vantaggio con Mozzini ma i bianconeri dell'ex De Ponti non ebbero pietà e con Torrisi e Greco fissarono il punteggio su un 2-1 che non dimenticheremo mai. Le lacrime, gli sfoghi composti ma disperati dei tifosi; le pagine struggenti che i giornali bolognesi dedicarono a quell'infausta giornata; il desiderio, nonostante tutto, di voltare pagina, di riscattarsi. Sono i miei ricordi più vivi di quei momenti neri. E Fabbretti, nell'occhio del ciclone delle contestazioni (giustificate), anzichè andarsene solleticò la piazza con nuovi e gloriosi programmi, a partire dal ritorno bomba di Gigi Radice, un nome, come si dice, una garanzia. Ma intanto, in Svizzera, vendeva di soppiatto Mancini al presidente sampdoriano Mantovani. Appena la notizia si diffuse, Radice salutò la compagnia sbattendo la porta. Il presidente rilanciò gravi accuse al tecnico brianzolo; ne seguì una bufera che lasciò attonito il popolo rossoblù. Il fondo del baratro, purtroppo, era ancora ben lontano.

Il bambino tutto d'oro

Il Bologna per la prima volta nei suoi 73 anni di storia precipita in Serie B lasciando a Inter e Juventus il primato di squadre sempre nella massima categoria, e lo fa lanciando un fulgido messaggio al futuro, con lo sboccio precoce di un formidabile talento. Si chiama Roberto Mancini e ha appena 16 anni al momento dell'esordio in A, il 13 settembre. Quando compie i diciassette, il 27 novembre, ha già conquistato la maglia da titolare e segnato i primi due gol. Deve l'esordio al fiuto dell'allenatore Burgnich, che ha dissuaso il presidente Tommaso Fabbretti dal mandare il gioiellino del vivaio in prestito al Forlì. I guai fisici di Fiorini, titolare sulla carta, e i problemi di Chiodi gli aprono le porte della prima squadra. È un talento naturale, marchigiano di Jesi, entrato nelle giovanili rossoblù dopo un provino a dieci anni e cresciuto impetuosamente grazie a doti tecniche e atletiche di prim'ordine. Attaccante per predisposizione, è stato svezzato come interno per esigenze di settore giovanile e ne è venuto fuori un campioncino completo, che Burgnich può addirittura far giostrare in pratica da centravanti, vista la rapidità di esecuzione, l'abilità nel palleggio e il tiro in porta con entrambi i piedi. Il "baby" conquista tutti e alla fine restano aggrappate alle sue prodezze le speranze del Bologna di non cadere in B. 

Speranze deluse, ma Robertino, che a fine torneo vanta 9 gol in 30 partite (di cui solo 25 dall'inizio), non conoscerà la cadetteria. In estate la Sampdoria del petroliere Mantovani si fida delle segnalazioni di Paolo Borea (direttore sportivo del Bologna che passa appunto in casa blucerchiata) e di Claudio Nassi e al termine di una durissima trattativa vince la concorrenza di Juventus e Udinese, facendo suo il ragazzino per l'incredibile cifra di due miliardi e mezzo in contanti più tre giocatori, Galdiolo, Logozzo e Roselli, e il prestito del giovane Brondi. Nella Sampdoria Mancini vivrà da grande protagonista, dopo una fase accidentata per via di qualche problema muscolare, l'avventura degli anni d'oro: vincendo uno scudetto, una Coppa delle Coppe, 4 Coppe Italia e una Supercoppa italiana. Terminerà la carriera vincendo lo scudetto nelle file della Lazio, con l'appendice di 5 partite nel Leicester, massima serie inglese, stagione 2000-01, prima di chiudere e passare alla carriera di allenatore al massimo livello. Vantando 541 presenze e 156 reti in Serie A. Unico cruccio, il poco felice rapporto con la Nazionale. Il bilancio in azzurro conterà 36 partite e 4 gol. Poco per uno dei migliori talenti del calcio italiano.

Intervista a Franco Colomba. 

Da "La Gazzetta dello Sport".

È il 1981. Kakà e Cassano nasceranno fra un anno. La Nasa lancia per la prima volta la sua nuova navicella, in grado di tornare a terra come un aereo di linea: lo Shuttle. In Francia lanciano il treno superveloce, il Tgv. La Ibm annuncia il lancio dei personal computer. In Italia, il Bologna lancia Roberto Mancini. Formidabile, quell'anno. Il Principe del Galles, Carlo, sposa Diana Spencer: la cerimonia è seguita in diretta da miliardi di telespettatori. Paolo Rossi detto Pablito sposa Simonetta. La Juventus vince l'ennesimo scudetto. Il 13 settembre Roberto Mancini, neanche diciassette anni, debutta in serie A. Nel Bologna contro il Cagliari, a diciassette minuti dalla fine. Rileva Giuliano Fiorini. Arbitro Pieri, il papà dell'arbitro Pieri. Il 13 settembre, prima giornata del campionato di serie A, il Bologna allenato da Tarcisio Burgnich, storica figura dell'Inter, il terzino che faceva coppia con Facchetti, decide di inserire in prima squadra il giovane talento di Jesi. Il capitano è Franco Colomba, un centrocampista. Comincia così l'anno del Mancio: entra e non esce più. Nella prima giornata la Juve batte il Cesena 6-1. Esplode subito Roberto Bettega: tre gol. Esplode lo scandalo P2, la loggia massonica che aveva instaurato una sorta di «governo ombra»: molti personaggi di spicco della vita sociale italiana risultano implicati. Esplode sui teleschermi l'interesse per la serie Dallas, la più seguita degli anni ottanta. Esplode la passione per una trasmissione di una nuova emittente, MTV, è piena di musica, lancia i videoclip, la vita di milioni di ragazzi non sarà più la stessa. L'anno 1981, l'alba di Roberto Mancini, è il trionfo del talento John McEnroe. E il suo anno di grazia, supera Borg a Wimbledon, e negli US Open, conquista la terza Coppa Davis e fa diventare un fenomeno anche lo sconosciuto Peter Fleming, compagno di doppio. Irriverente, insolente, semplicemente strepitoso. I tifosi lo adorano e John McEnroe dipinge tennis come mai nessuno prima, geniale come la tradizione vuole lo siano i mancini. Roberto Mancini è anche mancino. 

Nel Bologna di Franco Colomba diventa subito il punto di «riferimento offensivo». Gioca trenta partite, tutte, segna nove gol. Gli opinionisti si interrogaano: «Rifinitore sulla fascia, centravanti di manovra o cosa?». Profetizzano: «Questo ragazzo farà cose bellissime, meravigliose, uniche». Scrivono: «Ognuno vuol toccare con la spada benedetta la chioma di questo pestifero marchigiano, di questo guizzante cerbiatto». Il suo capitano, Franco Colomba, lo segnala a Enzo Bearzot per la Nazionale. Alla quarta giornata, dopo il suo primo gol in serie A, a Como. Suggerisce Colomba: «Robertino è una punta molto speciale, non sbaglia un colpo. E già un campione e passerà alla storia. Perché non dovrebbe trovare un posto fra i ventidue che andranno ai mondiali di Spagna?». «Ah, così ho detto?», ridacchia adesso Colomba. Poi: «Diciamo che era tutto molto naturale. Sì è visto subito. Anzi, l'abbiamo visto prima, a un torneo di Capodanno, un Mundialito a Bologna. Molto bravo, molto deciso, con tante qualità. Li vedi subito, nascono così. Roberto è nato grande». Centravanti o rifinitore? «Talento. E basta. Campione, giocatore di statura. Insomma: un fuoriclasse. lo avevo ventisei anni, ero un giovane capitano, lui diciassette. Era maturo solo in campo e in campo vederlo muoversi, lanciarsi, smarcarsi e chiedere il passaggio era una gioia. E io lo lanciavo. Lui arpionava, certo, con eleganza e freddezza, il pallone e andava dritto in porta. E poi era generoso, bravissimo negli assist». Protestava con gli arbitri, il piccolo Mancini? «Eh, cosa vuole ... subiva falli, scorrettezze. 

Il destino dei Rivera e di tutti i grandi. Protestava, ma non è mai stato un gradasso. Sapeva fare tutto bene e aveva chiare idee in testa. Per il suo presente e il suo futuro. Ricordo che il responsabile del settore giovanile del Bologna, Walter Bicocchi, mi diceva: "Dagli un'occhiata, è un cinno, è un bambino vivace". Diciamo che lo seguivo con particolare attenzione, perché avevo qualche anno più di lui e perché era bello giocare con i giovani». Franco Colomba se lo immaginava Roberto Mancini allenatore? «Sì, gli piaceva il calcio e il gioco, gli schemi, le posizioni sul campo. E stato un vero grande. Io ho giocato con Dossena, Pecci, Ramon Diaz, Dirceu, giocatori di spessore, di enorme qualità. Roberto era di quella pasta. Forse non è stato fortunato, forse non ha avuto molta fortuna in Nazionale, avrebbero dovuto dargli un po' di spazio in più, lo meritava, aveva i numeri per sfondare ovunque. Ma quello era il tempo, era chiuso, c'era Roberto Baggio. Ma la sua classe, i suoi colpi di genio resteranno nella storia del nostro calcio. Anno 1981: i tifosi della Ferrari vanno in delirio per le imprese di Gilles Villeneuve. A Monaco regala alla scuderia di Maranello la prima vittoria dell'era del turbo. Poi conquista una straordinaria vittoria al Gran Premio di Spagna dove "tiene dietro per tutta la gara cinque macchine più veloci della sua". Dopodomani l'Inter dell'allenatore Roberto Mancini affronterà il Livorno di Franco Colomba. Il bambino contro il capitano. A Bologna di Mancini scrivevano: «Il ragazzo dal gol turbinoso, in attesa dell'attimo fuggente». E di Colomba: «Il saggio metronomo che il Bologna faceva volare". Parole del tempo. Adesso c'è Livorno - Inter e Franco Colomba dice: «Sono contento di rivederlo in panchina. Lui è sempre un avvenimento».

Tratto dal mensile inglese "Four Four Two".

Roberto Mancini.

Great players do not always become great coaches, but Internazionale's Roberto Mancini has usually been the exception to the rule. As a player that much was obvious when he scored on his Serie A debut for Bologna aged 16 years and 11 months (he finished his first season as fourth-top scorer in the league). Aldo Mancini: Roberto's father Aldo nearly missed his son's Serie A debut in September 1981. He had gone to Rimini to watch him play for Bologna's youth team, where Roberto had scored 45 goals in 28 games the previous season only to be told the 16-year-old was in the senior side. He arrived at the Dall'Ara in Bologna in time to see Roberto become the third youngest footballer to play in Serie A, and then score. It was typical Roberto - he had not even let his parents wave him off at the train station when he first secured a trial at Bologna, aged 12.

A Casteldebole una sfida dai mille ricordi.

Di Silvano Stella.

Roberto Mancini ritorna al passato, inaspettata attrazione di Bologna - Sampdoria per il campionato Primavera. Stesso campo, stesso ambiente. Uniche differenze: l'età e gli anni. Eh sì, perché ne sono trascorsi 18 da quando è approdato a Casteldebole. Nell'autunno del 1977 aveva solo 13 anni e tifava Juventus. I suoi idoli erano Bettega e Boninsegna. Veniva da Jesi, cittadina marchigiana a 200 chilometri da Bologna. Doveva andare al Miilan: era stato segnalato a Liedholm, che lo fece convocare a Milanello per un provino, ma il telegramma dell'invito non finì all'Aurora, la società per la quale era tessserato, bensì al Real, altro sodalizio jesino. E così Marino Perani lo portò al Bologna per 5 milioni, da pagarsi al debutto in prima squadra. Cosa che avvenne nel 1980 in occasione del torneo di Capodanno in Bologna-Cagliari. All'inizio Mancini soffriva il clima gelido di Casteldebole. E aveva nostalgia dei genitori, papà Aldo e mamma Marianna. Si alzava al mattino presto e con l'autobus di linea si recava a scuola. Alla quale disse basta alla terza media, per intraprendere un corso di inglese. Ricorda Perani: «Già allora Roberto aveva il calcio in testa. Trattava divinamente la palla e vedeva il gioco. Era completo, un po' rifinitore e un po' attaccante, col fiuto del gol». 

Ed ecco che a 17 anni, dopo 37 gol con gli Allievi e 28 con la Primavera, per Mancini si aprono le porte della prima squadra e del successo. Tutto succede improvvisamente. Infortunatosi Fiorini, Burgnich resta solo con Chiorri e per completare l'attacco punta su Mancini. Lo convoca e lo fa esordire in serie A il 13 setttembre 1981 in Bologna-Cagliari (1-1). Spiega Burgnich: «Doveva andare al Forlì per farsi le ossa. Il presidente Fabbretti lo aveva promesso al compianto Vulcano Bianchi. Con Macina, Di Sarno e Baccari, Mancini era il giocatore più dotato di quella Primavera. Era un centrocampista, molto più maturo e cosciente della sua età. Se avesse giocato sempre a centrocampo, con la faccia verso la porta, sarebbbe diventato un nuovo Platini». Roberto guadagnava 90.000 lire al mese. Ma ogni tanto c'era il premio partita, più alto dello stipendio. E ammetteva: «Lo mando ai miei genitori. Vorrei che servissero per costruire una casetta». Ora si dice che Roberto cerchi una casa a Bologna. Non si sa se ci tornerà prima o dopo aver concluso la carriera.

Mancini, il golden boy rossoblù. Un genio, ceduto alla Samp per 4 miliardi.
Di Giuseppe Tassi.

Questa è la storia di un bambino prodigio, figlio di un falegname. Niente di trascendente o di ultraterreno: solo una bella favola nel regno del pallone. Qui si parla di Roberto Mancini da Jesi, piccolo figlio dell'operosa provincia marchigiana, destinato a ereditare un soprannome che ha fatto epoca nel calcio: quello di «golden boy», ragazzo d'oro. La pasionaccia per il pallone lo strappa da casa in età verdissima, quando ha ancora 15 anni. In paese è già un fenomeno, un bambino prodigio, appunto. Palla al piede diventa una forza della natura e allora lo zio, che per il calcio vive e sospira, lo porta a Bologna per un provino. Sotto le Due torri prospera una scuola di calciatori piuttosto avviata e la squadra primavera di Soncini è un autentico gioiello. Il bimbo di Jesi piace subito, si distingue dai compagni per la sicurezza di tocco, per una precoce maturità del fisico, per la determinazione che sembra animarlo. E allora eccolo vestito di rossoblù a tirar calci nel «college » di Casteldebole per due interi inverni. La famiglia è lontana 250 chilometri, ma in certe giornate diventano un abisso incolmabile e nemmeno il telefono riesce a spezzare il cerchio della nostalgia. Robertino cresce bene, se non in sapienza (perchè la scuola continua a risultargli ostica) in forza fisica e qualità tecniche. Molto presto è una stellina del campionato Primavera e il magico Bologna di Radice lo aggrega qualche volta ai suoi allenamenti. Il Gigi, che deve correre un campionato in salita e disciplinare la truppa, lo nota di sfuggita, ma il suo vice Mirko Ferretti lo lancia in pista in un Torneo di Capodanno e Mancini seduce subito le 

folle del Comunale. Il suo calcio è fatto d'istinto e di potenza, di tecnica eccellente e di velocità. È un calciatore moderno, modernissimo, capace di bruciare in pochi secondi larghissime fette di campo, di capovolgere l'azione con sorprenderete rapidità. Alto 1,80, cosce ipertrofiche su un solido telaio di muscoli: su queste doti fisiche il ragazzo di Jesi innnesta il proprio talento calcistico. Il risultato è un giocatore inarrestabile, più trequartista che punta, costruito per le accelerazioni in verticale, per gli scatti brucianti, per le progressioni diaboliche. Il dribbling è secco, essenziale, ma le finte di corpo lasciano di sale gli avversari e in area di rigore il «bimbo d'oro» mostra una freddezza e una sicurezza di tocco invidiabili. Il debutto in serie A arriva quando non ha nemmeno diciassette anni, nell'indecifrabile Bologna di Tarcisio Burgnich. L'ex terzino dell'Inter predica il calcio coperto e speculatore che fece grande Helenio Herrera e la sua Inter, ma l'organico rossoblù non sembra tagliato per la difesa a oltranza con la cariatide Mozzini e un pugno di giovani senza esperienza. A centrocampo c'è il fallimento completo del tedesco Neumann, mentre Colomba non può improvvisarsi regista, né reggere da solo il peso del lavoro di impostazione. Insomma la squadra va maluccio, si barcamena fra pareggi senza gioco e sconfitte impietose, ma quando trova l'ancora di salvezza è proprio il Mancini a fornirgliela con gol che sono autentiche uova d'oro. Robertino, che ha come compagni di linea il mattocchio Fiorini o l'imprevedibile Chiorri (un esteta del pallone, che ha piede raffinatissimo ma carattere moscio) segna la bellezza di nove gol senza rigori, incanta le platee di mezza Italia, si prenota un domani da vip del campionato e un posto nel calcio che conta. Sì, perché nonostante i suoi gol, il Bologna finisce miseramente in serie B, la società va lentamente in malora. Il presidente Fabbretti si aggrappa al totem di Radice, ma intanto cede Mancini alla Sampdoria per quattro miliardi. Il sogno dei bolognesi svanisce lì. 

Una lunga storia d'amore. Roberto Mancini in esclusiva per Forza Bologna. 

Sedotti e abbandonati. 

Di Simona Altaniti

Così si sentono i tifosi rossoblù: sedotti da una tecnica eccellente capace di generare straordinarie invenzioni e abbandonati da un figliolo talentuoso, cresciuto nel grembo di Casteldebole e maturato nei campetti del vivaio rossoblu. È una lunga storia d'amore quella che vi stiamo per raccontare: protagonisti Bologna e Roberto Mancini. Una storia che nasce nel 1978 quando Robertino, allora tredicenne, approda in terra felsinea, acccompagnato da Alberto Marchetti, un amico di famiglia nato a Jesi, ma a quell'epoca residente a Castenaso, un paese in provincia di Bologna: «Ricordo l'emozione fortissima che mi accompagnava quando arrivai a Casteldeebole per il fatidico provino. Il mitico Bologna di Perani e Fogli ... un sogno. Fu un momento indimenticaabile, indelebile, di quelli che ti si fissano dentro». Inutile dirvi che il provino ebbe esito positivo. Roberto fu subito annesso alla squadra Primavera, prima sotto l'occchio vigile di Perani e poi sotto quello di Soncini. «I primi tempi soffrivo tantissimo la lontananza della mia famiglia, ma ho trovato persone amiche che mi hanno aiutato a superare la nostalgia di casa». Intanto questo talentuoso e precoce giovanotto, continuava a migliorarsi e a strabiliare i suoi allenatori, fino a quando Gigi Radice, l'allenatore della prima squadra ed il suo secondo Amilcare Ferretti, accorgendosi di lui, decisero di gettarlo nella fossa dello Stadio Comunale in occasione di un torneo di Capodanno: «In quel periodo mentre la Nazionale era impegnata in Uruguay per il Mundialito, il Bologna disputò un torneo di Capodanno: io ebbi l'oppportunità di giocare un intero tempo contro il Torino e ne fui veramente felice e lusingato, ma non ricordo come giocai, sono passati tanti anni ... ». E' modesto Roberto, perchè i presenti 

rimasero strabiliati dalle giocate e dalla sicurezza di tocco di questo gioiellino. Poi avvenne il grande debutto in prima squadra: era il 13 settembre 1981. «La partita era un Bologna Cagliari: ad un certo punto l'allenatore Tarcisio Burgnich mi disse di scaldarmi e capii che era giunto il mio momento». Quella del debutto fu una stagione dolceamara: Mancini fece 9 gol (senza rigori), un risultato da record per un esordiente ma nonostante questo exploit il Bologna non riuscì ad evitare la retrocesssione in serie B. «Quell'anno diedi tutto me stesso, nonostante i sedici anni e mezzo, ma ogni sforzo fu vano. Ci furono parecchi problemi: in primis l'esonero di Burgnich a poche giornate dalla fine (subentrò poi Liguori) e soprattutto dissapori societari che contribuirono in maniera determinante a quel triste risultato». Robertino però riuscì a consolarsi con la squadra allievi della quale era capitano, conquistando a Bari il titolo nazionale di categoria, con una squadra di giovani promettentissimi, allenati da Franco Bonini: Turchi, Salice, Nobile, Martelli, Treggia, De Bianco, Macina, Bellotto, Marocchi, Mancini e Gazzaneo. E si consolò, insieme ai compagni di quella squadra Treggia e Macina, con la convocazione nella Nazionale Juniores. Roberto continuava a mostrarsi in tutta la sua bellezza calcistica e da nord, sud, ovest, est, cominnciarono a piovere offerte allettanti: il Presidente rosso blu Tommaso Fabbretti si lasciò incantare dalle parole entusiastiche (e dai 4 miliardi...) del presidente della Sampdoria Paolo Mantovani, destinato a diventare il 'padrino' di Roberto: «Ricordo con tristezza il passaggio da Bologna a Genova: l'inizio fu abbastannza traumatico, soprattutto perchè essendo i genovesi completamente diversi dai bolognesi, dovetti stravolgere le mie abitudini. 

In più la persona che mi ha voluto a tutti i costi a Genova, il presidente Mantovani, in quel periodo non era in Italia, insomma non fu un trasferimento facile, all'inizio». Nelle parole di Roberto si denota un forte attaccamento all'indimenticabile presidente blucerchiato: «Sicuramente grazie a lui sono diventato un giocatore professionista, ma la mia gratitudine va anche e soprattutto al Bologna, la società calcistica che mi ha lanciato, ed in particolaare a Walter Bicocchi, che era il responsabile del centro tecnico di Casteldebole, agli allenatori Perani, Fogli, Bonini, Soncini ed al Dott. Boni. E poi alla gente che mi è sempre stata vicina e che non dimenticherò mai. Rimpiango gli anni passati a Bologna perchè potevano essere tanti ed invece sono stati solo quattro. Troppo pochi, sinceramente. Pochi per realizzare il mio desiderio: mi sarebbe piaciuto fare nel Bologna quello che ho fatto nella Sampdoria». Come abbiamo detto è una lunga storia d'amore, della quale è impossibile dimenticarsi: «Seguo sempre le vicissitudini del Bologna. I rossoblù quest'anno sono troppo forti, in più mi sembra che la Spal sia scoppiata. Vorrei complimentarmi con il presidente Giuseppe Gazzoni Frascara per il lavoro di consolidamento della società che ha messo in atto un anno e mezzo fa e che finalmente sta dando gli sperati frutti. Ho molta fiducia in lui perchè mi sembra una persona seria e credo che riporterà il Bologna in serie A in brevissimo tempo. Immagino già un Sampdoria - Bologna molto, molto vicino ... ».