martedì 13 gennaio 2009

1925. Per la prima volta in maglia verde in onore del Rapid Vienna



9 agosto 1925. Il Bologna esulta, è campione d'Italia per la prima volta nella sua storia. Dalla 3^ finale di Lega Nord in poi, giocata contro il Genoa sul campo del Milan, in viale Lombardia a Milano, il Bologna non scese più in campo con la classica casacca rosso-blu a strisce verticali, né con la maglia bianca con fascia orizzontale rossa e blu, ma con l'inedita maglia verde con colletto e calzoncini neri, divisa scelta dal dirigente Enrico Sabattini con questa motivazione:
"Il Genoa aveva indossato una maglia bianca con strisce rossoblu; insomma è destino: chi indossa la maglia bianca perde. Voi sapete quanto siano affezionati alle cabale giocatori e tifosi; tutti sono concordi: non più la maglia bianca. Nella «bella» il Bologna (tenuto a cambiare maglia perché il Genoa è campione) dovrà indossare una maglia di altro colore: tale è l'imperativo unanime al quale si inchina anche la direzione del Bologna. E così io vengo inviato giovedì mattina a Milano perché acquisti undici maglie colorate e perché fissi le camere in un albergo situato in una posizione tranquilla. La Lega Nord ha già stabilito che la finalissima si svolga a Milano sul campo del Milan in viale Lombardia (con eventuali due tempi supplementari) domenica 7 giugno, arbitro l'avv. Mauro. lo mi porto a Milano ed in un grande magazzino del Corso trovo un vasto assortimento di maglie sportive di tutti i colori: non v'è che l'imbarazzo della scelta; mi sovviene allora che alcuni anni prima il Rapid di Vienna sceso allo Sterlino in maglia verde e calzoncini neri lasciò in tutti una grande impressione di possanza e di invincibilità. Ebbene sia il verde, il colore della speranza, quello che possa dare al Bologna lo scudetto. Scelsi maglie di cotone (per ragioni di economia e perché il caldo si faceva già sentire) di un bel color verde scuro, con intorno alla scollatura un sottile bordo nero e naturalmente acquistai anche i calzoncini neri. Indi alla ricerca di un albergo con tutti i requisiti desiderati: lo trovai in Piazza Fontana (Albergo Commercio n. 5) e prenotai senz'altro le camere per la sera del prossimo sabato. E con il mio grosso involto me ne tornai a Bologna. Debbo dire che a tutti piacque il colore delle maglie: meno male, la mia missione era finora andata bene".
Nell'immagine in alto a destra, una mia ricostruzione della maglia verde con tanto di scudetto tricolore appena conquistato. La maglia verde venne alternata nei decenni come seconda maglia a quella bianca con banda trasversale rossoblu, oppure a quella con banda orizzontale rossoblu. L'ultimo revival della maglia verde risale agli anni '80 e al campionato del centenario. È una maglia storica del Bologna, tra le più tradizionali.

La celebre seconda maglia verde con colletto e pantaloncini neri, scelta in onore del Rapid Vienna, che il Bologna indossò per la prima volta nel 1924-25, l'anno del primo, storico tricolore rosso-blu. La maglia verde, alternata alla classica bianca con banda orrizzontale-trasversale, rimase la divisa di riserva del Bologna fino agli inizi degli anni Sessanta. Fu riproposta negli anni Ottanta e nell'anno del centenario del club – con pantaloncini verdi (nel primo caso) e finiture rosso-blu invece che nere come in origine –. È una maglia di grande fascino, con una storia molto particolare che merita di essere raccontata. Come già accennato, il 27 marzo 1921 scese al Campo Sterlino lo SK Rapid Wien di Josef "Pepi" Uridil, "Der Tank", poderoso attaccante nato a Vienna nel 1895, per ben tre volte capocannoniere del campionato austriaco. Era una formazione ricca di talenti, dall'ala Eduard Bauer al centromediano Josef Brandstätter, il capitano della squadra. I verdi viennesi erano allenati da una delle personalità più in vista del fußball austriaco, quel Dionys Schönecker soprannominato in patria "Mister Rapid", tanto fu importante e significativa la sua impronta tecnica nel club. Era una squadra di formidabili campioni che a fine stagione si sarebbe laureata campione d'Austria, staccando gli odiati rivali del Wiener Amateur di sei lunghezze. Il Bologna di quei tempi era una squadra che possedeva già un'ottima struttura di base e una tecnica raffinata, impostata da Felsner sul classico modello danubiano, fatto di passaggi corti e brevi rasoterra e di attacco a otto giocatori "alla viennese" (nessuno in Italia a quei tempi giocava con lo stile del Bologna: Genoa e Pro Vercelli, le principali rivali del Bologna in campionato, erano squadre dal gioco d'assalto, ruvido, da fighter, l'esatto contrario del gioco tecnico e armonioso del Bologna),  e proprio in quel campionato, per la prima volta nella sua storia, arrivò a giocare la finale del Nord contro la Pro Vercelli per l'accesso alla finale Nazionale (partita poi persa a Livorno, sul campo di Villa Chayes, immeritatamente e tra parecchie polemiche per un gol segnato in fuorigioco da Rampini). Nonostante il valore della squadra bolognese, il Rapid dominò a lungo col suo gioco veloce e pieno di preziosismi tecnici, sancendo una superiorità indiscussa da parte del football austriaco nei confronti di quello italiano (da ricordare che in quegli anni gli austriaci fecero mangiare il pane duro alla nostra Nazionale: l'Italia si impose per la prima volta contro l'Austria solo nel 1931). Il calcio che si giocava in Austria nel primo ventennio del Novecento, rappresentò un modello di stile, una vera e propria scuola di calcio di caratura tecnica superiore a quella degli azzurri e alle nostre squadre di club.

Scuola danubiana


L'Italia, come scritto in precedenza, ottenne la prima vittoria contro i bianchi d'Austria solo nel 1931, dopo vent'anni di risicati pareggi e brucianti sconfitte, alcune delle quali clamorose nel punteggio. Il pubblico dello Sterlino, già all'epoca amante del bel gioco, tributò una autentica ovazione ai viennesi di 
Hütteldorf. Quella vittoria del Rapid a Bologna rimase talmente impressa tra i tifosi bolognesi, che il dirigente del Bologna Enrico Sabattini, nel 1925, prima della terza finale di Lega Nord contro il Genoa giocata sul campo del Milan in viale Lombardia, dovendo il Bologna cedere il passo sulla divisa di gioco (in quanto il Genoa era campione d'Italia in carica), si recò in un magazzino di Milano di articoli sportivi a scegliere le nuove maglie. Le scelse di color verde scuro con un colletto sottile rifinito in nero, con i pantaloncini neri e i calzettoni verdi con risvolto nero. Esattamente come la prima maglia tradizionale del grande Rapid dei primi anni 1920, verde scura con i calzoncini neri, come quella che indossarono i campioni viennesi in quel pomeriggio di marzo del 1921, nel match che incantò i diecimila spettatori dello Sterlino.

Domenica, 27 marzo 1921, Campo Sterlino
Rapid batte Bologna 4-1 (1-0) 
Bologna, 27 notte.

Oggi Bologna, sul campo dello Sterlino, ha ospitato la forte squadra, austriaca Rapid di Vienna. Questa squadra è prima nella classifica, con un punto di vantaggio sul Wiener Amateur. Il Rapid ha dato oggi sul campo del Bologna una ammirevole dimostrazione di tecnica e di superiore abilità. Di fronte ad essa il Bologna, che pure ha giuocato tutt'altro che male, ha potuto fare ben poco, forse anche per un senso di timore da cui sono stati presi i giuocatori di fronte a cosi rinomati avversari. Questi infatti detengono meritatamente il titolo di campioni austriaci e tra la loro file vi sono ben cinque internazionali. La loro squadra colpisce gli spettatori per la saldezza dell'inquadratura, l'amalgama delle linee e degli uomini e per l'ordinato svolgimento delle azioni. Nel primo tempo il Rapid con passaggi veloci e decisi riesce a segnare un primo punto al 25.o minuto. Il Bologna si rinserra allora tutto in difesa e nel rimanente del primo tempo non permette più agli avversari di segnare. Nella ripresa il Bologna al 10.° minuto con una bella azione combinata da Pozzi e Della Valle ottiene il pareggio per merito di quest'ultimo. Ma successivamente il Rapid porta prolungati attacchi alla porta dei rossobleu bolognesi e riesce a marcare altri tre punti. Così la partita ha avuto termine con quattro ad uno. Ottimo l'arbitraggio del dottor Pasquinelli.

BOLOGNA: Modelli; Rossi, Zecchi; Spadoni, Baldi, Genovesi; Pozzi, Perin, Alberti, Della Valle II, Della Valle I. - All. H. Felsner 
RAPID: Kraupar; Dittrich 'Gigerl', Schediwy II; Klär, Brandstätter I, Nitsch; Wondrak, Uridil, Witka, Bauer, Körner 'Krczal'. - All. D. Schönecker 
RETI: 0:1 Karl Wondrak 11', 1:1 Mario Della Valle II 55', 1:2 Eduard Bauer (?), 1:3 Karl Wondrak 75', 1:4 Heinrich Körner 'Krczal' 88' 
ARBITRO: dr. Luigi Pasquinelli 
SPETTATORI: 10.000

IL RAPID A BOLOGNA. 
Dal Wiener Sporttagblatt
 
Da uno dei partecipanti al viaggio.



Dopo il resoconto degli Amateure, prima squadra austriaca ad aver giocato sul suolo italiano dopo la guerra (durante il Natale), ci accingemmo a riprendere i contatti con l’Italia con un certo scetticismo. Invece ogni riserva fu sciolta sin dal giovedì mattina, quando passammo Pontebba, dove ci accolse una delegazione del F.C. Bologna guidata dal Dott. Felsner, ex giocatore del Graz A.C. e del Wiener SK. Dopo aver traversato i campi di battaglia di Gorizia, giungemmo a Trieste dove pernottammo; il giorno dopo, il viaggio verso Venezia proseguì a bordo di un traghetto a vapore. Dopo un imbarco rapido, ebbe inizio la nostra splendida gita marittima con le migliori condizioni di mare. Passammo il Lido verso le due e mezza del pomeriggio e presto sbarcammo a Venezia. Qui fu sfruttato ogni minuto per visitare tutte le meraviglie del luogo, come il Palazzo Ducale eccetera. Mezza giornata fu trascorsa in spiaggia al Lido; la sera del giorno successivo proseguimmo verso Bologna, dove arrivammo alla mezzanotte del sabato. E difficile descrivere ciò che si svolse alla stazione di Bologna, rispettivamente davanti alla stazione. Inanzitutto ci fu il saluto ufficiale da parte del comitato di direzione del club, con un triplice ‘hip-hip-hip-urrà’! Seguì il saluto dei due capitani, al che si formò un corteo trionfale che ci accompagnò dalla stazione all’Hotel Regina: davanti i giocatori del Rapid con gli accompagnatori, seguiti da circa 200 membri del Bologna, che intonarono una canzone dietro l’altra e riempirono gli ospiti di ‘hip-hip-hip-urrà’.

La partita.

Tutte le finestre si spalancarono al nostro passaggio, che prese le sembianze dell’ingresso di un eroe. Naturalmente andammo immediatamente a letto. Domenica pomeriggio visitammo tutte le attrazioni di Bologna, il Duomo, l’Università, eccetera, naturalmente accompagnati dai signori del Bologna F.C. E ora alla partita stessa: si poté dedurre dalle pagine della ‘Gazzetta dell Sport’ con quanta precisione questo foglio fosse informato sulle condizioni dei viennesi. Questo giornale è pieno di elogi per gli Amateure, nonché per le prestazioni dei giocatori del Rapid nei precedenti incontri contro le squadre italiane. La Gazzetta fu dispiaciuta di non poter salutare Kuthan, mentre per il resto sottolineò la superiorità sulla carta del Rapid rispetto al Bologna – superiorità tuttavia da dimostrare sul campo! Lo stadio del F.C. Bologna è sito in una posizione ideale a circa venti minuti dal centro della città ed è circondato da una tribuna di cemento di cento metri di lunghezza. Il campo di gioco ha la lunghezza prescritta, tuttavia la larghezza è di soli 54 metri, il che rappresentò un discreto svantaggio per i viennesi; inoltre il terreno era molto duro. 
Le seguenti squadre si schierarono agli ordini dell’arbitraggio indulgente del dott. Pasquinelli:

BOLOGNA: Modelli; Rossi, Zecchi; Spadoni, Baldi, Genovesi (nazionale); Pozzi, Perin (nazionale), Alberti, Della Valle III, Della Valle II. - All. H. Felsner
RAPID: Kraupar; Dittrich 'Gigerl', Schediwy II; Klär, Brandstätter I, Nitsch; Wondrak, Uridil, Witka, Bauer, Körner 'Krczal'. - All. D. Schönecker 


Il Rapid si dimostrò largamente superiore al suo avversario da ogni punto di vista, destando la migliore impressione negli spettatori, i quali sottolinearono ogni buona azione con un applauso. A fine partita, la massa si riversò sul campo caricandosi letteralmente in spalla i giocatori del Rapid per portarli nel loro spogliatoio. Non c’è mai stata partita, bensì una lezione impartita dal maestro all’allievo. In fondo, il Rapid era stato invitato proprio a questo scopo, che fu pienamente raggiunto. Il Rapid giocò una pura partita d’esibizione, durante la quale avrebbe potuto segnare un numero di reti ancora maggiore, se avesse fatto meno accademia e abuso di finezze tecniche. Gli attaccanti si sono concessi una dimostrazione di consumata arte calcistica, in particolare Wondrak e Bauer. Grazie all’ottimo appoggio di Nitsch e Klär, Brandstätter poté particolarmente illustrarsi, risultando il migliore in campo. Dittrich e Schediwy brillarono alternativamente nelle azioni di difesa. Kraupar ebbe poco da fare, ma in alcune azioni dimostrò di essere ancora un campione.

lunedì 5 gennaio 2009

Rafael Sansone


Rafael Sansone nacque a Montevideo, Uruguay, il 20-9-1910, da una famiglia di immigrati italiani provenienti da Vallo della Lucania, in provincia di Salerno. La famiglia Sansone viveva bene in patria: il padre di Rafael, Pantaleone, lavorava in Borsa. Erano una famiglia benestante, anche se il giovane Sansone, già giovane promessa del Peñarol (fu selezionato tra i 30 calciatori che avrebbero partecipato ai Mondiali del 1930: il trio meraviglia Fedullo-Sansone-Petrone, era stato votato dai giornalisti uruguagi come il terzetto ideale di una ipotetica "Celeste"), per guadagnarsi la vita - oltre ai premi partita - aggiungeva lo stipendio di addetto al carico e scarico merci di un cantiere. A volere in Italia Sansone fu un suo connazionale e futuro rivale in campionato. Proprio così: Pedro "Perucho" Petrone, il famoso cannoniere uruguagio già in Italia alla Fiorentina, l'"artillero", come veniva soprannominato in patria, campione olimpico nel '24 e nel '28 e Campione del Mondo nel 1930, aveva posto come condizione ai dirigenti viola l'ingaggio di Sansone, il connazionale capace di passargli la palla come desiderava lui. La proposta della Fiorentina (25 mila lire per due anni, più 2.500 lire al mese, il quintuplo più di un impiegato) era impossibile da rifiutare e papà Pantaleone, dopo qualche resistenza, si decise a lasciarlo partire. Ma al momento dell'imbarco sul piroscafo, il console italiano lo prese da parte: "Niente Florencia, ma Bolonia: stessi soldi, stesso ingaggio, nessun problema". Il tecnico rossoblù Hermann Felsner, il mitico "mago" austriaco che fece grande il Bologna, da qualche mese si era trasferito ad allenare la Fiorentina e si era portato con sé Pitto e Busini III°. In cambio si erano accordati per lo scambio con Sansone, anche perchè l'austriaco era interessato all'ingaggio di una mezzala danubiana. A Bologna lo ricevette Fedullo, che tanto aveva parlato di lui ai dirigenti rossoblù. Quando andò in campo per il primo allenamento, provocò il mal di testa all'ottimo mediano Gastone Martelli a forza di finte ubriacanti.

Al servizio di Schiavio

La domenica il pubblico se ne innamorò in un istante: Sansone era una mezzala di tessitura, un raffinato campione che con Fedullo (il pubblico bolognese aveva simpaticamente soprannominato il duo uruguagio di centrocampo Sansullo e Fedone, quasi a volerli identificare come una cosa sola, dato il loro grande affiatamento e intesa sul campo di gioco) costituì una coppia leggendaria al servizio di Angelo Schiavio, non a caso divenuto immediatamente capocannoniere del campionato 1931-32. Tra il Bologna e Sansone fu subito amore a prima vista, anche se nella stagione 1933-34 ci fu una piccola incomprensione che rischiò di rovinare tutto. Infatti al momento di rinnovare il contratto, già accettato dal "gemello" Fedullo, rifiuta l'ingaggio di 32.000 lire per quattro anni, prendere o lasciare. Sansone a quel punto non accetta l'ultimatum, oltretutto dopo due anni di lontananza da casa viene sopraffatto dalla nostalgia e così ritorna a Montevideo, a giocare nel vecchio Peñarol presso il quale era ancora tesserato (il Bologna infatti aveva fatto giocare l'uruguagio senza il nullaosta, così il giocatore risultava ancora di proprietà degli "aurinegros"). Nel frattempo però a Sansone l'ambiente di Montevideo cominciò a non andare più tanto a genio e quindi Renato Dall'Ara si fece sotto per acquistare definitivamente il grande Rafael, offrì al giocatore 50.000 lire per due anni e una somma non indifferente al Peñarol di 500 pesos. Sansone, a cui Bologna era rimasta comunque nel cuore, accettò immediatamente e ritornò ad indossare, questa volta definitivamente, la maglia rossoblù, appena in tempo per scendere in campo e vincere la seconda Coppa Europa, nell'estate del 1934.

Rafael Sansone (poi italianizzato in Raffaele), dodici stagioni nel Bologna, dal 1931-32 al 1944, con un breve ritorno in patria, al Peñarol, nella stagione 1933-34, vincendo quattro scudetti nel 1935-36, 1936-37, 1938-39, 1940-41, due Coppe Europa nel 1932 e nel 1934 e 1 torneo dell'Esposizione di Parigi nel 1937, con 314 presenze totali in maglia rossoblù e 47 gol. 3 presenze in Nazionale A (esordio il 20-3-1932 contro l'Austria di Sindelar), e 3 presenze in Nazionale B.

L'esperienza come allenatore

A fine carriera si stabilì a Bologna, avendo sposato nel '36 una bolognese da cui ebbe due figli, un maschio e una femmina. Al termine della sospensione bellica, accettò l'offerta del Napoli, nelle vesti di allenatore-giocatore. Giocò poco negli azzurri partenopei, quattro partite, ma fece una buona impressione come allenatore, guidando la squadra che raggiunse il girone finale del campionato di Divisione Nazionale 1945-46, chiudendo in quinta posizione, alle spalle del Grande Torino, Juventus, Milan e Inter. Si guadagnò così la conferma per la stagione 1946-47, nella quale condusse il Napoli a un onorevole ottavo posto. La terza stagione invece fu un mezzo disastro: dopo quattro sconfitte e un pareggio fu esonerato e sostituito da Attila Sallustro, ex grande centravanti paraguagio dei tempi eroici del Napoli. Poi, il primo ritorno al Bologna:  Renato Dall'Ara, con i rossoblù penultimi in classifica, decise di esonerare l'inglese ex Liverpool Edmund "Ted" Crawford e di affidare la squadra al fido Sansone. Il Bologna incassò tre sconfitte, vinse due volte e  una la pareggiò, rimanendo sempre in zona retrocessione. Sansone fu rimpiazzato da Giuseppe Galluzzi.  L'uruguagio provò ancora a Bari, in IV serie, nella stagione 1952-53, ma i risultati furono deludenti. Tornò così nella sua Bologna, dove Dall'Ara lo ingaggiò come talent scout ("Il giudizio di Sansone su un giocatore"  -  diceva il presidente - "per me è come l'altare maggiore: è sacro!"), consigliere personale, e allenatore delle formazioni giovanili (una vittoria per lui al torneo di Viareggio con la Primavera del Bologna, nel 1967, e la Targa d'Oro come migliore tecnico delle giovanili). Fu lui infatti a segnalare al presidente Dall'Ara i vari Pascutti, Capra, Haller, Furlanis, Tumburus e Renna, un bel pezzo della grande squadra-paradiso che deliziò il pubblico bolognese negli anni '60. In pratica quasi mezzo secolo al servizio della causa rossoblù, una vita. Fu sicuramente uno degli stranieri più forti e amati dalla tifoseria bolognese e dal presidente Dall'Ara, che per lui stravedeva, umanamente una persona straordinaria per simpatia e gioia di vivere, il più "bolognese" degli uruguagi anni '30. Ci ha lasciati l'11-9-1994, a 84 anni.

Intervista rilasciata da Sansone in occasione degli 80 anni del Bologna, nel 1989.

"Papà e mamma erano italianissimi di Salerno, in famiglia stavamo bene, papà lavorava in borsa. Io giocavo nel Peñarol e già ero stato selezionato fra i trenta che avrebbero poi partecipato ai mondiali del 1930. Mi arrivò l'offerta di un buon contratto con la Fiorentina, mi aveva contattato un romagnolo, si chiamava Ivo Fiorentini... Ma alla Fiorentina c'era appena andato Felsner e lui decise di prendere una mezzala danubiana. Io mi ritrovai a piedi e mi chiesero se poteva andarmi bene una società che si chiamava Bologna. Il contratto era molto buono e poi io volevo farmi un'esperienza in Europa. Dissi di sì senza pensarci tanto. Anche se è vero che la prima impressione di Bologna fu choccante e terrificante... Io me la ricordo ancora quella notte d'agosto del '31. Ma in che cavolo di posto sono capitato? Mi chiedevo. Era mezzanotte, il buio, il deserto. Fedullo mi accompagnò alla pensione di via San Vitale. Buio anche in quella strada e poi tutti quei portici che mi fecero pensare di essere capitato nel paese delle streghe. La pensione era al secondo piano, anche le scale erano buie. Fedullo mi disse di dormire e che alle dieci del mattino dopo mi avrebbe fatto conoscere un po' la città. Ma che città poteva mai essere? Io il nome di Bologna e del Bologna non li avevo mai sentiti. E presi sonno solo perchè ero stanco da morire. Ma il mattino dopo cominciai a passeggiare per via San Vitale e vidi che la gente vestiva benissimo e alle Due Torri fui come folgorato. Tutte persone elegantissime, mi pareva che la ricchezza colasse dai muri. Non avevo capito niente, non avevo capito che ero arrivato in paradiso. Fedullo mi portò al Pappagallo a fare una mangiata di quelle da ricordare, tortellini e gallina farcita con dolci vari. E subito feci la conoscenza del presidente Bonaveri, un autentico gentiluomo. Sul campo riuscii prestissimo ad ambientarmi. L'allenatore era Lelovich il quale mi spiegò che in Italia si doveva giocare così e così. Io gli dissi che avrei gradito giocare come mi avevano insegnato e lui mi rispose: va bene, facci vedere. Mi marcava nella partitella del giovedì un certo Martelli, uno bravissimo. Ogni finta che gli facevo lui gridava: socmel, mo socmel. Dissi a Fedullo: ma quello lì cosa vuole? Fedullo mi spiegò che era un modo come come un altro per essere ammirati di qualcosa...

Uno per tutti, tutti per uno

Il Bologna di allora, fino a che durò quella squadra, era forte, era una delle migliori squadre in Italia, ma più che una squadra era un'amicizia, si era tutti molto uniti l'uno con l'altro, in questo caso sì che valeva il motto "uno per tutti e tutti per uno". Vincemmo quattro scudetti, e uno ci fu rubato nel 1932. Era la Juve del quinquennio, quella di Orsi e Cesarini, ma noi del Bologna eravamo a un punto da loro e a Torino stavamo vincendo per 2-1, ma un arbitro di Genova ce ne fece di tutti i colori e ci fece perdere per 3-2. Quell'arbitro da quel giorno sparì dalla circolazione, ma con quella storia ce lo misero comunque in saccoccia. Riuscimmo a vincere anche due Coppe Europa e il trofeo dell' Expo di Parigi, dove c'erano anche gli inglesi del Chelsea, che si ritenevano maestri del football... noi gli abbiamo fatto quattro gol e buonasera, è finita la musica. Allora il Bologna era una squadra che si faceva rispettare veramente, in casa e fuori, dappertutto. Credo che abbiamo vinto in quasi tutti i campi dove siamo andati a giocare, abbiamo perso anche noi qualche partita, però erano più quelle che vincevamo che quelle che perdevamo! Io ero un giocatore che stava in mezzo al campo e che correva da tutte le parti. Non facevamo la preparazione che fanno oggi, ma due volte alla settimana facevamo venti giri di campo di corsa ed eravamo sempre perfettamente allenati. Io ero negato al gioco di testa e non ero nemmeno un goleador, ma facevo marciare tutti i compagni e la palla non riusciva a togliermela nessuno. Avevo una finta che mandava tutti per terra. Ma non c'ero solo io. Eravamo unitissimi, eravamo gente con le palle durissime, potrei citare Gasperi e Monzeglio. I più bravi in assoluto erano Biavati, Schiavio, Fedullo, Reguzzoni e soprattutto Andreolo, un giocatore inarrivabile. Giocavamo il metodo, in difesa si faceva la diagonale e alternativamente c'era sempre un difensore che faceva il libero".

Angelo Schiavio lo descriveva così:

"Andavamo tutti in gol, Andreolo su punizione, Fedullo, Maini, soprattutto Sansone, che dribblava al ritmo degli applausi e quando aveva smesso di dribblare, era gol".

Sansone, mezzo secolo col Bologna

L'uruguagio più amato dal presidentissimo

di Renato Lemmi Gigli

Erano tutti suoi figli, ma lui lo era più degli altri. Per Raffaele Sansone, Dall'Ara aveva un debole e non lo nascondeva. Gli piaceva il tipo e si fidava del tecnico. Anzi si fidava solo di lui, oltre che di Gipo Viani. Quando c'era un giocatore da acquistare, se i due pareri non coincidevano erano discussioni a non finire. Anche quando, anno per anno, pezzo su pezzo, venne costruita la squadra-paradiso del '64, i "sì" che Sansone dette per Haller e Furlanis, per Pascutti e Tumburus, per Renna e Capra risultarono alfine decisivi. Nove volte su dieci l'occhio vispo di "Faele" vedeva giusto. E per questo l'ultima parola - sì o no - alla fine doveva essere la sua. Mezzo secolo al servizio del Bologna, praticamente una vita. Il Sansone giovincello che nel 1931 si accingeva a varcare l'Oceano era lungi dall'immaginarlo. Anche perché lui era convintissimo di andare alla Fiorentina. Era stata infatti la società viola a trattarlo perché Petrone, il famoso "artillero", ad un certo punto aveva puntato i piedi: vengo solo - aveva detto - se viene anche Sansone che sa passarmi il pallone... Petrone giocava nel Nacional e Sansone nel Peñarol (proveniente dal Central) ma parlavano lo stesso raffinato linguaggio tecnico. In una Nazionale votata dai giornalisti il trio centrale era stato Fedullo - Petrone - Sansone, sì proprio così. Fedullo a destra e Sansone a sinistra, l'esatto contrario di come avrebbero giocato dopo, e in quell'occasione i tre se l'erano intesa e meraviglia. Sansone dunque si sentiva già fiorentino. Ci aveva messo tre mesi per convincere il padre Pantaleone, nativo di Vallo della Lucania, provincia di Salerno, a lasciarlo partire. Aveva solo vent'anni. Poi, al momento di salpare, la svolta romanzesca. Il console italiano lo prende da parte e gli annuncia che anziché Florencia la sua destinazione è Bolonia. "Ma io ho firmato per Florencia!" protesta Faele piuttosto sconcertato. "Fa niente" replica l'altro "le condizioni rimangono le stesse, cambiamo il nome della società e il resto va bene... ".

Niente Florencia, ma Bolonia

Era accaduto questo, che trasferendosi Felsner a Firenze con Pitto e Busini III al seguito, le due società si erano accordate per smistare a Bologna Sansone, di cui Fedullo, da un anno qui, non si stancava di tessere le lodi. Ora, 25.000 per due anni più 2500 lire al mese (gli stessi soldi che prendeva il grande Petrone) rappresentavano un signor contratto, in tempi in cui un buon impiegato faticava ad arrivare alle 500 mensili. Per cui Sansone, che nel Peñarol prendeva solo i premi partita e lo stipendio doveva guadagnarselo tenendo il carico - scarico d'un cantiere, non ci stette molto a pensare. In Italia si trovò bene subito, avendo tra l'altro il vantaggio (che Fedullo non aveva avuto) di disporre subito di un partner affiatato. Insieme Sansone e Fedullo, che i bolognesi si divertivano ad anagrammare in Sansullo e Fedone, quasi a sottolineare la perfetta fusione di questo straordinario tandem di mezzali, avrebbero scritto le pagine più gloriose del Bologna. Due tessitori finissimi, da spettacolo e da rendimento, che se la intendevano a occhi chiusi nel fare da trampolino ad Angelo Schiavio. Il primo anno di Sansone, il Bologna dominò per tre quarti il campionato, finì secondo, vinse la Coppa Europa e Schiavio fu capocannoniere con 25 gol alla pari proprio col viola Petrone. L'anno dopo Bologna terzo, Sansone ancora bravissimo e già due volte azzurro (alla fine, 3 presenze in Nazionale A e 3 nella B), ma al momennto di rinnovare il contratto lo gela l'ingaggio (già acccettato da Fedullo) di 32.000 lire per quattro annni, prendere o lasciare.

Ritorno al Peñarol

Sansone lascia, oltretutto dopo due anni di lontananza ha una gran nostalgia di casa e così se ne torna in Uruguay a giocare, nel Peñarol, presso il quale figurava ancora in forza. Sì perché, con l'Italia allora fuori dalla FIFA, il Bologna aveva potuto prenderlo senza nullaosta. Nel frattempo però le cose si erano normalizzate. E quando nell'estate del '34 il neopresidente Dall'Ara tornava alla carica per riaverlo, oltre a fargli ponti d'oro (50.000 per due anni) doveva riconoscere anche una somma consistente (500 pesos) al Peñarol. Sansone, cui l'ambiente locale non andava più tanto (avendo apprezzato tanti lati del nostro calcio), era lesto a reimbarcarsi, in tempo per giocare e vincere la doppia finale di Coppa Europa. Ormai già sentiva che qui avrebbe piantato le radici. Due anni dopo avrebbe sposato una bolognese, un matrimonio allietato da due bei bimbi, e in totale avrebbe vinto quattro scudetti tra il '36 ed il '41. Giocò nel Bologna fino al '44 (12 campionati, 289 partite, 41 gol), per emigrare, a guerra finita, nel Napoli ed allenarlo per un triennio. Un anno anche al Bari precipitato in quarta serie. Ma a questo punto la vita nomade e gli incerti del mestiere non erano più fatti per lui, dal momento anche che Dall'Ara intendeva affidargli il settore giovanile e altri incarichi di fiducia. Morale, Raffaele Sansone (un Torneo di Viareggio vinto con i boys bolognesi nel suo palmarès) si ristabilì a Bologna. Alla domenica lo si trovava immancabilmente in tribuna, cuore rossoblu, allegro e vivace come sempre, la voce perennemente rauca, l'eterna cravatta a farfalla, lo stesso occhio vispo di quando, da ragazzo, si accingeva a scoprire il pianeta calcio in Italia. Ci ha lasciati nel 1994, a 84 anni.

FAELE 

Di Gianfranco Civolani

Giocava nel Peñarol di Montevideo e gli avevano già preparato un buon contratto a Firenze. E quando nel '31 il ventenne Raffaele Sansone arriva in Italia lo portano a Bologna e gli dicono che è cambiato tutto, ma che i soldi restano quelli già pattuiti. E Sansone ha un tuffo al cuore quando a notte fonda lo sbarcano in una pensioncina di via San Vitale e lui si fa subito il segno della croce. Ma la mattina dopo è tutto un altro vedere e scoprire e ammirare la città, Raffaele detto Faele percorre via Rizzoli, vede gente elegante e belle donne e gli pare di sognare. E progetta subito di mettere le tende qui per qualche anno anche perché già nel Bologna gioca il connazionale Fedullo e insomma Faele ha in partenza un bel punto di riferimento. Una buona stagione e però un rapido ritorno in patria perché l'offerta di Dall'Ara per la stagione successiva non lo soddisfa. Ma la nostalgia di Bologna è tanta e un anno dopo Faele torna per conquistare tutto [quattro scudetti e due Coppe Europa] e per sposare una ragazza di Bologna e per comporre con l'amico Fedullo una coppia di mezze ali da urlo. Che tipo di giocatore era Sansone: un palleggiatore squisito, elegante nel porgere e discretamente pungente quando magari occorreva anche un qualche gol. Poi negli anni Quaranta fu allenatore a Napoli e a Bari prima di riaccostarsi al Bologna perché Dall'Ara pretendeva sempre il parere del fido Faele prima di acquistare qualcuno. Raffaele Sansone via via diventò una istituzione cittadina. Allenava i giovani [e un paio di volte gli toccò pure di guidare la prima squadra], aveva amici dappertutto e la mattina lo trovavi puntualmente nei pressi del mercato delle Erbe di via Ugo Bassi con quel solito cappelluccio garrulo e con l'immancabile farfallino mentre con la sua voce roca emetteva sentenze per un uditorio che pendeva dalle sue labbra. Passò i suoi ultimi anni a organizzare tornei e a dirigere le operazioni per la squadra dei gloriosi veterani. E io negli anni Cinquanta mi facevo i miei trecento passi fra Andreolo spaparanzato al bar Nettuno e Sansone gracidante davanti al mercato. Si godeva tutti insieme. un vero spasso e belle lezioni di calcio. 

Rafael Sansone

A volere in Italia Raffaele Sansone fu un suo... rivale. Proprio così: Pedro Petrone, bomber uruguaiano della Fiorentina, aveva posto come condizione l'ingaggio di Sansone, il connazionale capace di passargli la sfera come voleva lui. Raffaele Sansone viveva bene a Montevideo: il padre Pantaleone, originario di Vallo della Lucania, in provincia d Salerno, lavorava in Borsa, lui giocava a calcio nel Peñarol ma per guadagnarsi la vita ai premi partita aggiungeva le stipendio di addetto al carico e scarico merci di un cantiere La proposta della Fiorentina (25 mila lire per due anni, più 2500 lire al mese, il quintuplo di un impiegato) era impos sibile da rifiutare e papà, dopo qualche resistenza, lo lasciò partire. Mentre Faele si imbarcava sul piroscafo, però, il console italiano lo prese da parte: "Niente Florencia, ma "Bolonia": stessi soldi, nessun problema". Il tecnico rossoblù Felsner, da qualche mese a Firenze, aveva preso Pitto e Busini III dal Bologna e in cambio aveva concesso Sansone. A Bologna lo ricevette il connazionale Fedullo, che tanto aveva parlato di lui ai dirigenti. Quando andò in campo per il primo allenamento, provocò il mal di testa al difensore Martelli a forza di finte ubriacanti. La domenica il pubblico se ne innamorò in un istante.

Intelligenza calcistica
  
Sansone era una mezzala di tessitura, un raffinato campione che con Fedullo costituì una coppia leggendaria al servizio di Schiavio, non per niente subito capocannoniere. La sua intelligenza calcistica, i ricami mai fini a se stessi, quella finta che mandava per terra i difensori, l'abilità nel lanciare gli attaccanti come nel concludere in proprio furono colonne portanti del Bologna che dominò il campo nel periodo aureo, vincendo 2 Coppe dell'Europa Centrale (1932 e 1934), 4 scudetti (1935-36, 1936-37, 1938-39, 1940-41) e il Torneo dell'Esposizione di Parigi nel 1937. Un lungo discorso con una parentesi che rischiò di guastare tutto, quando, nel 1933, al momento del rinnovo del contratto, non gradendo il "prendere o lasciare" del presidente Bonaveri, decise di tornare in patria a curare quel pizzico di nostalgia che un poco gli rosicchiava i giorni. Tornò a giocare nel Peñarol, il presidente pensò addirittura di smuoverlo inviandogli un telegramma a firma della fidanzata del campione, Diga, riimasta in Italia; che però rifiutò sdegnata. Nell'estate 1934 il nuovo presidente Dall'Ara offriva un robusto aumento di ingaggio e Sansone, ottenuto ciò che voleva, riprendeva senz'altro il mare tornando ai suoi colori e alla sua bella, che sposava felicemente due anni più tardi. L'Italia da quel momento sarebbe stata definitivamente la sua patria. Dopo la guerra si accasò a. Napoli, a chiudere la carriera come allenatore-giocatore. E morto l'11 settembre 1994. 

domenica 4 gennaio 2009

1909: la prima maglia del Bologna Football Club


Bologna, 3 ottobre 1909. Viene fondato presso il Circolo Turistico Bolognese il Bologna Foot Ball - Club. Arrigo Gradi, primo capitano della squadra e il più esperto in fatto di football, propose di adottare come maglia del neonato Bologna F.C., quella del collegio che aveva frequentato in Svizzera: lo Schönberg di Rossbach. La maglia era una splendida casacca a quarti rossa e blu, con il rosso sulla sinistra - di chi la indossava - e il blu a destra, mentre il retro aveva il blu a sinistra e il rosso a destra. Il colletto era in stile 'button down', con la metà blu a sinistra e la metà rossa a destra, in modo da creare un contrasto speculare con il fronte della maglia. Sul quarto sinistro della maglia - quello rosso -, vi era cucito anche un civettuolo taschino blu con la chiusura a bottoncino, che era di colore rosso. Per le maniche, il disegno era monocolore in contrasto con i quarti della maglia. I polsini chiusi con il bottoncino (bianco) come una camicia, erano rosso a sinistra sul fronte della manica blu, e blu a destra sul fronte della manica rossa. I colori erano il blu navy (o blu marina), sobrio ed elegante - come si evince dalla tonalità scura nella foto -, mentre il rosso era un intenso color sangue, quasi tendente al granata. La maglia a quarti rossa e blu fu indossata solo nell'anno dell'esordio del club (1909-10), già dall'anno successivo il Bologna indossò una maglia aderente con collo alla 'serafina', chiuso sul petto dai laccetti. Era una maglia a 6 palate rosse e blu, che il Bologna mantenne per diversi campionati - pur se con alcune variazioni -, fino ad arrivare alla classica a 4 palate che il B.F.C. usa ormai da decenni. Quest'ultima ormai è un po' il marchio distintivo della divisa del club, unica nel suo genere.


Nella foto in alto, a sinistra: il primo Bologna della storia, stagione 1909-10, fotografato ai Prati di Caprara, primo campo di gioco del B.F.C. Da sinistra, in piedi: Guido Della Valle, Orlandi, Arrigo Gradi, Antonio Bernabeu de Yeste, Donati, Bignardi, Pessarelli. Accosciati, da sinistra: Saguatti, Rivas, Chiara, Venzo, Nanni. A destra: una riproduzione della prima casacca rosso-bleu del Bologna F.C. del 1909. Il luogo di provenienza della casacca è controverso: la versione ufficiale è che Arrigo Gradi ha importato la maglia dal collegio Sch
önberg di Rossbach, in Svizzera. Una nuova versione non ufficiale, partita da una ricerca del giornalista Massimiliano Boschi, indica l'ex collegio Wiget di Rorschach, che sorgeva nei pressi del lago di Costanza, in Svizzera, come luogo esatto di provenienza della prima divisa di gioco rosso-blu (Rossbach in Svizzera non esiste). Il collegio Wiget era uno dei più rinomati d'Europa ad inizio Novecento, ed era frequentato da studenti provenienti da ogni parte del mondo, tra cui molti britannici che nel tempo libero si dilettavano nel gioco del football. Il sito che ha riportato questa nuova versione, "ONLI.IT", ipotizza che l'idea di Arrigo Gradi di fondare un club calcistico a Bologna, appena rientrato in patria, nacque proprio al collegio Wiget di Rorschach, dove la ricca famiglia bolognese da cui proveniva Gradi aveva deciso di farlo studiare.

Ecco dove sono nati i colori del Bologna FC

Giovedì 21 Giugno 2012 - 11:47

Da "Onli.it".

"Arrigo Gradi andava agli allenamenti con la maglia a larghi scacchi rosso e blu del collegio svizzero Shoenberg di Rossbach nel quale aveva studiato e presto questi colori divennero quelli della divisa sociale ". Questo racconta il sito ufficiale del Bologna Fc 1909 riguardo alla nascita dei colori rossoblu e questo è quanto è ripreso da diversi siti del mondo compresa wikipedia. Non si sa chi sia l'autore del testo, né da dove giunga la notizia, resta il fatto che in Svizzera non esiste la città di Rossbach e nemmeno il collegio "Schönberg". E questo nonostante il Bologna Fc abbia da poco festeggiato il centenario con numerose pubblicazioni storiche. Comunque sia, il collegio “Schonberg” ad inizio novecento si chiamava Wiget e sorgeva sul lago di Costanza, per l'esattezza a Rorschach, (non Rossbach) in Svizzera, ed è li che Arrigo Gradi, il primo capitano rossoblu, conobbe quello che allora tutti chiamavano “football”. Arrigo Gradi apparteneva ad una ricca famiglia bolognese che decise di farlo studiare in un classico “collegio svizzero”, uno dei migliori d'Europa all'epoca. Era frequentato da studenti provenienti da ogni parte del mondo, tra cui molti inglesi che passavano il tempo libero tirando calci ad un pallone. E Gradi si ritrovò a sfidarli sui prati a fianco del collegio fino ad “ammalarsene”. Ma al collegio Wiget di Rorschach, non nacque solo la sua passione calcistica, ma anche l'idea di fondare una squadra di calcio non appena tornato in patria. Perchè proprio al collegio Wiget alcuni studenti elvetici avevano fondato nel 1879, la prima squadra di calcio elvetica, l'Fc St.Gallen, una delle primissime dell'Europa continentale. Ad inizio novecento il football aveva già, quindi, una lunga tradizione all'interno del collegio e la squadra di calcio studentesca era dotata di una divisa ufficiale, quella rossoblu (molto probabilmente in omaggio ai colori della Union Jack britannica) che diede effettivamente i colori al Bologna Football club. Su questo il sito della società di Guaraldi non ha commesso errori.

giovedì 1 gennaio 2009

Dino Fiorini



Dino Fiorini il ribelle, il guascone, il bello del Grande Bologna anni Trenta che faceva tremare il mondo. Dino Fiorini era nato a San Giorgio di Piano il 15 luglio 1915, e si era affermato giovanissimo nelle formazioni riserve del Bologna. Esordì in serie A come terzino al posto di Gasperi (infortunato), a fianco di Eraldo Monzeglio – da cui 2 anni più tardi avrebbe ereditato il posto da titolare –, l'11 giugno del 1933: Pro Patria - Bologna 3-3. Fiorini era un grandissimo atleta e un calciatore moderno, un giocatore che avrebbe potuto dire la sua anche nel calcio super atletico di oggi. Era bello, piacente, amante della bella vita, le ammiratrici non mancavano. Le case di bellezza dell'epoca se lo contendevano per sponsorizzare i loro prodotti (venne scelto per pubblicizzare la brillantina della ditta di prodotti cosmetici Bourjois), ed era difficile coniugare tutto questo ad una sana vita da atleta. Vittorio Pozzo lo apprezzava come giocatore, ma non lo convocò mai in Nazionale perché conosceva la sua fama da scapestrato, di amante della vita notturna, delle donne e dei giochi di carte. Una reputazione che Fiorini non si scrollò di dosso nemmeno dopo il matrimonio e tre figli. Ma nonostante tutto, Dino Fiorini diede tantissimo al Bologna. Le sue enormi qualità di giocatore erano indiscutibili e riuscì a vincere in rosso-blu ben 4 scudetti, una Coppa dell'Europa Centrale, e il Torneo dell'Esposizione di Parigi del 1937. Per lui ben 187 presenze e 6 gol in totale con la maglia del Bologna. Fiorini era un fascista convinto e lo rimase, fino all'ultimo. Non rinnegò mai il suo credo politico e morì da repubblichino il 16 settembre 1944, dalle parti di Monterenzio, con il grado di tenente della Guardia Nazionale Repubblicana. Un grande campione.

Articolo di Renato Lemmi Gigli tratto dal libro: "Bologna 90 anni di storia".

"Impetuoso, esuberante, atletico. Erano questi gli aggettivi che venivano usati per Dino Fiorini. Un bellissimo atleta, forte e gagliardo. Un terzino che, per completezza fisico-tecnica, è stato forse (e anche senza il forse) il numero uno fra tutti i pariruolo bolognesi. Anche se il periodo del suo massimo fulgore durò solo un triennio o poco più. Sentite come e con quanto acume scriveva di lui Arpàd Weisz, il grande allenatore che condusse il Bologna agli scudetti del '36 e '37: "Fiorini è la sintesi vivente del giovanotto ventenne. Naviga con scrupoli di coscienza tra Scilla e Cariddi, delle quali la prima rappresenta il Dovere e la seconda il Piacere. Ma Fiorini per sette, otto mesi della stagione è sempre in gran forma. Durante questo periodo non si passa e ne sanno qualche cosa i suoi avversari. Copre i 100 metri in 11 secondi, salta in alto e in lungo come uno specialista e quando spicca il volo per prendere un pallone alto pare di vedere una scultura, talmente meraviglioso e perfetto è il suo stile. Fiorini sta per formarsi una famiglia; quando l'avrà, i sette - otto mesi di gran forma diventeranno dieci. " Diremmo un identikit perfetto. Tutto Fiorini con pregi e difetti, che poi gli derivavano dall'innata spavalderia e dallo spirito di avventura con cui interpretava la vita. Contrariamente a quanto prevedeva Weisz, neppure il matrimonio ed i tre figli che ne nacquero portarono ordine nella sua esistenza. Rimase il "conte spazzola", il Fiorini prima maniera, così soprannominato non si sa bene se per via dei capelli tagliati corti all'Umberto (ma ben presto li ebbe lunghi e impomatati per la réclame della Bourjois) o per la decisione con cui spazzolava l'area. Come Gasperi, con cui fece inizialmente coppia, era un poderoso colpitore, l'uomo di difesa dall'entrata risolutiva. Allora per il terzino il rimando secco e pulito rappresentava la figura di gioco principale. Ma Fiorini, anticipando i tempi, era uno che sapeva anche costruire, appoggiare su un compagno e proiettarsi in avanti. Un fluidificante ante litteram, insomma. Un talento naturale che avrebbe potuto giocare ovunque, anche all'attacco.

Guascone con Meazza

E difatti nel '34 e paraggi furono diverse le volte in cui si schierò da ala o mezzala, segnando alcuni gol. Un giocatore così avrebbe pochi rivali anche oggi. Aveva momenti veramente irresistibili. Una volta a Livorno, nel '38 -- ultima giornata, il Bologna si giocava le residue, scarsissime speranze di conservare lo scudetto che da due anni faceva bella mostra sulle sue maglie -- gli capitò di realizzare una disgraziata autorete. Diventò una furia scatenata, si buttò in avanti con tutta la sua irruenza e in pochi minuti riuscì ad infilare la rete labronica. Il suo conto personale almeno era saldato. Questo era Fiorini, classe e sregolatezza potremmo dire. Capace di cose squisite, come della più scoperta scelleratezza, tipo prendere a calci nel sedere un antagonista sotto gli occhi dell'arbitro. Certe sue guasconate poi sono rimaste memorabili. Una volta, prima di un Bologna - Ambrosiana Inter, si presentò a Meazza col pallone in mano: "Lei è il signor Meazza? Piacere, Fiorini. Vede questo pallone? Lo guardi bene perché dopo non lo vede più..." Meazza, che era un sornione (occhio languido) gli sorrise dandogli una pacca sulle spalle, poi sul campo gliela fece pagare quella sbruffonata. Monzeglio e Gasperi poi erano tipi ancor meno comprensivi e fu con... un ceffone a testa che reagirono all'inaudito affronto di questo ragazzo terribile (ancora riserva) che li aveva così apostrofati: "Mettetevi d'accordo perché uno dei due presto mi lascia il posto!" Erano ancora tempi in cui i titolari esigevano il lei e il massimo rispetto. Dino Fiorini, classe 1915, era di San Giorgio di Piano, cresciuto nel Bologna facendo tutta la trafila ragazzi - allievi - riserve. Il suo debutto in campionato avvenne l'11 giugno 1933 (non aveva ancora 18 anni) a Busto Arsizio, 3-3 contro la Pro Patria, terzino sinistro a fianco di quel Monzeglio di cui di lì a due anni avrebbe preso il posto. Quando poi Eraldo si trasferì alla Roma, Fiorini era già una sicurezza, dopo essersi ben distinto (anche come attaccante) in Coppa Europa e nel successivo campionato. Il primo anno da titolare (1935-36) fu subito scudetto, con relativa chiamata in Nazionale B per Italia - Svizzera 2-0 a Novara, prima delle sue tre presenze tra i cadetti azzurri. Il secondo anno (1936 - 37) ci fu il bis tricolore con l'appendice trionfale di Parigi. Il terzo anno il Bologna fu solo quinto (un incidente di percorso) con un Fiorini ancora grande fintanto che un... infortunio di letto rischiò seriamente di compromettergli la carriera. Ritornò in gran forma soltanto nel 1940-41 (quarto scudetto) in coppia con Ricci più he con Pagotto, giocando ancora per due stagioni piene, le ultime. La guerra intanto stava travolgendo ogni cosa. A differenza dei colleghi, che cercavano un po' tutti di imboscarsi dove meglio si poteva, Fiorini (come Monzeglio) non tradì la sua fede, battendosi come tenente della GNR fino al crollo finale. Preso e messo davanti al plotone d'esecuzione, ebbe ancora la forza di tentare di fuggire; e questo dice che razza di vitalità avesse addoso quel ragazzo".

Da un articolo di Scàmpolo, tratto dal "Il Littoriale" del 15 novembre 1935.

"Un grande terzino. Fiorini. So che l'anno scorso, durante la riunione del Consiglio direttivo di una delle più attrezzate società italiane, un consigliere propose l'ingaggio di Fiorini. Il Presidente che sedeva a capotavola, arrotondò gli occhi dalla meraviglia, e con tono caricaturale chiese: – Fiorini? – accompagnò la domanda con un sorriso leggero, come avesse voluto prendere in giro il consigliere. E ripeté: – Fiorini? Poi aggiunse – Mai sentito nominare! A noi – e alzò il tono della voce perchè tutti intendessero la dichiarazione solenne – a noi, occorrono grandi giocatori e non mezze figure. Guardò il consigliere come per concludere: "Il suo uomo, quel tale Fiorini, è una mezza figura". Dopo qualche mese Fiorini entrava come titolare nella squadra del Bologna e si potevano leggere nei resoconti parole d'entusiasmo. A Napoli:"Fiorini è tra i migliori terzini italiani". A Torino:" Quel ragazzo che gioca come terzino destro si rivelò di classe elevata: si chiama Fiorini". A Milano, domenica scorsa: "Su avversari e compagni, per precisione e senso di piazzamento, per rinvii accurati, confermò la sua classe Fiorini, terzino del Bologna". Ieri l'altro ecco la conferma ufficiale di questa ascesa: Fiorini è convocato per l'allenamento della Nazionale. Il signor presidente di quella società di cui parlavamo dovrebbe ora ripetere per favore: "Fiorini? Mai sentito nominare!" . Ma scommetto invece che sarà in grado di urlare: "Fiorini? Lo dicevo io!". E si darà arie di averlo scoperto. Dino Fiorini è nato a San Giorgio di Piano il 15 luglio 1915. È il più giovane terzino della massima divisione. Cominciò a giocare verso i quattordici anni, e sempre come terzino: passò poi nel Bologna tra la squadra allievi. Per lui non vale la storia degli incompresi divenuti assi, nossignori: giudicato sempre ottimo, non tornò mai indietro perchè aveva deluso, ma superò le prove con molta disinvoltura perchè effettuate con molta classe. È di quei ragazzi che compiono bravure come fossero nulla; che non si danno arie, che giocano, si divertono, s'appassionano, e che mai sono d'umore triste, neanche quando la squadra perde, perchè sono sicuri di rifarsi subito. Fa piacere vederli giocare: è uno slancio sincero di giovinezza, il loro. Non hanno ripicche, non si intestardiscono, non fanno sgambetti, cattiverie, ma giocano con sincerità, lietamente. Fiorini giocò nelle riserve, poi debuttò in prima squadra l'ultimo anno che la Pro Patria era in Divisione Nazionale: due stagioni fa. Affermandosi e rivelando bravura. Non giocò soltanto da terzino, ma anche come attaccante e come mediano. Ci fu chi lo pronosticò grande centro avanti. Una volta, quando era a San Giorgio di Piano e giocò contro il Bentivoglio, prese il posto del portiere: parò un calcio di rigore. Quest'anno, divenuto titolare, è tra i migliori terzini italiani. Fisicamente a posto, ha intelligenza vivacissima. Ha scatto, prontezza e visione chiara del gioco. Altruista, rivela carattere eccellente: gioca per la squadra, ecco tutto. È del calcio italiano, una grande speranza. Quando il Bologna gioca al Littoriale, da S. Giorgio arriva grossa carovana: sono i paesani che incitano il loro idolo. – Fiorini? – si dice ora – Bolognese puro sangue. Ma quelli di S. Giorgio correggono cortesemente. Propr 'd Bulåggna nà; l'è 'd San Zorz!".

Fiorini, il giallo del terzino scomparso

Campione del Bologna degli Anni 30, fu ucciso dai partigiani e mai ritrovato: ora un libro riapre il caso

di Luca Sancini

Dino Fiorini, milite scelto della Guardia Nazionale Repubblicana fu ucciso in uno scontro con i partigiani nel settembre del 1944 a Monterenzio. Il suo corpo non fu mai ritrivato, non c’è una tomba dove le figlie Paola e Franca lo possano piangere. Un episodio come tanti, seppur tragico. In quei dì di piombo e furore era dolore quotidiano. Se non fosse perchè Dino Fiorini era il terzino del Bologna che tremare il mondo fa, aveva vinto quattro scudetti solo pochi anni prima, era il pupillo di Arpad Weisz che in quel terzino dalla tecnica e dalla forza eccezionale, vedeva un interprete tipo del suo calcio moderno.

IL LIBRO - E soprattutto se non fosse perchè oggi c’è un libro di Piero Stabellini — Chi ha ucciso il terzino del Bologna? con prefazione di Matteo Marani, direttore del Guerin Sportivo — che mette in dubbio quella versione arrivata fino ai nostri giorni. Chi uccise allora veramente il terzino del Bologna? A rimettere tutto in discussione, tranne che Fiorini fosse di fede fascista e girasse con l’uniforme della Gnr per le strade di Bologna, sono alcuni documenti scritti e alcune testimonianze orali, raccolte da Stabellini in più di due anni di lavoro. Ad esempio una inquietante denuncia fatta dalla moglie di Fiorini, Italia Degli Esposti, ai carabinieri di San Giorgio di Piano nell’aprile del 1949 (riportata integralmente nel libro). La donna sostenne che il marito aveva tentato di prendere contatto con il movimento partigiano (per passare in quelle fila? per ottenere informazioni?) ma che l’aggangio era finito con un tragico equivoco e Fiorini ucciso da partigiani non avvertiti e ignari del segreto appuntamento. Una tesi ardita, perchè Fiorini, secondo i documenti dell’Istituto storico della Rsi di Bologna fu tra i 200 fondatori del Partito fascista repubblicano, girava in uniforme e pare che a Bologna le rivoltelle dei gappisti avessero già tentato di raggiungerlo.

L'IPOTESI

Immaginare un passaggio coi partigiani è difficile ma, dice Stabellini nel libro, c’è un puntello a questo scenario: sul sedile posteriore della moto Guzzi sulla quale viaggiava Fiorini, la sera prima di essere ucciso, fu visto Angelo Ferrari anche lui di San Giorgio, che ora è ricordato nelle lapidi dei partigiani come caduto della Resistenza. Cosa ci facevano un ufficiale della Gnr e un partigiano insieme? Era Ferrari il contatto per far passare Fiorini con la Resistenza? Il terzino, Ferrari e la moto, non sono mai state ritrovate. Va detto che all’epoca dopo la denuncia della moglie, furono fatte indagini che non portarono a nulla. Il distretto militare di Bologna (il documento è riportato sul libro) nel luglio 1946, dichiara la «morte presunta» di Fiorini. Come sia andata, probabilmente resterà un mistero ma il libro di Stabellini, ha un merito: scrive Marani «con questo lavoro lungo e difficile il silenzio finalmente scompare. Si cancella la damnatio memorie e si riapre l’interesse. Sarebbe bello che vi partecipasse chi in questi anni ha taciuto». Nel libro grazie alle figlie di Fiorini, si possono vedere le foto del matrimonio, Dino con i compagni di squadra in borghese a Parigi, prima di vincere il Trofeo dell’Esposizione nel 1937, e da ragazzino nelle giovanili del Bologna. C’è insomma in pezzo di storia del Bologna, magari già conosciuto ma che racconta pure la parabola discendente di Fiorini come giocatore, che aveva contratto una malattia venerea e a malincuore gli allenatori dovettero fare a meno di lui, imbottito di antibiotici, ombra del terzino d’assalto di qualche anno prima.

IL PIU' GIOVANE NAZIONALE D'ITALIA 

FIORINI torna a San Giorgio di Piano e gli amici  narrano le sue prodezze

di  GIORGIO TUGNOLI 

S. GIORGIO, 9. Dino Fiorini passeggiava ieri pel corso di S. Giorgio insieme con i suoi amici, e narrava... — Fiorini? — Non conoscete Fiorini? Il terzino del Bologna, sicuro; il più giovane giocatore nazionale: la grande « rivelazione » dell'annata. Ebbene: egli era a S. Giorgio a Piano perché è di San Giorgio, e perché a San Giorgio ha i genitori. ha gli amici, ha... Cosa ha? c'è una punta di curiosità nella domanda. Si risponde, però: - ... ha molti ammiratori e anche ammiratrici. Era a S. Giorgio. Rapida carriera. E' tornato fra i cari amici, che tanto lo stimano ed hanno sempre avuto tanta fiducia in lui, e che lo hanno festeggiato per questo suo primo ingresso fra gli « eletti » del calcio italiano. Dino Fiorini, proveniente da una delle tante squadre di liberi che abbondano nella nostra regione, ha salito la scala dei valori nazionali con rapidità eccezionale. I nostri lettori della carriera di Fiorini, ne sanno già qualche cosa per avere letto una sua biografia or non è molto. Nato il 15 luglio venti anni or sono, entrato da tre anni nelle file del Bologna, si può dire che non ha conosciuto ostacoli. S'impose subito, senza parlare e senza far gesti da « asso » incompreso. Salì poco dopo nelle squadre riserve, ove portò il contributo del suo slancio e della sua giovanile esuberanza: « Quando giocava Fiorini nella seconda squadra del Bologna si vinceva sempre » — così ricordano ancora i suoi ex compagni di gioco.

Giocatore polivalente

Incominciò come centro-sostegno; ma subito si ebbe la sensazione delle sue migliori capacità come terzino. Tuttavia ciò conferma — come tutti sanno ed hanno constatato nella Coppa d'Europa di due anni or sono — che Fiorini sappia giocare in qualsiasi posto; sia in difesa che all'attacco. Due stagioni fa terminò la sua prima carriera sportiva nel Bologna come campione d'Europa, ed é con soddisfazione che ora egli porta il distintivo-ricordo all'occhiello. Seguì una stagione nella quale disputò numerose partite di serie A. Intanto, non a torto, quest'anno a Bologna si dice che questo è il campionato di Fiorini. Come si spiega il suo rapido successo? Per chi lo conosce non e un segreto: Fiorini è dotato di unostraordinario senso di adattamento, di un carattere fermo: egli e sicuro sempre ed ovunque delle sue possibilità. Questo è il segreto del suo successo. Breve intervista Ieri. Fiorini passeggiava pel Corso di S.Giorgio. M'avvicino ad un amico intimo che gli è a lato e chiedo: — E' tornato? Alludevo a Fiorini. Mi risponde, indicandolo: — Pare. Ma poi intavolo discorso con l'amico, che è cortese e sa molte cose: — E della partita di Novara, cosa dite? Ci metto in mezzo anche l'amico, il quale, come se vi avesse preso parte anche lui, risponde con tono autoritario: Purtroppo — esclama l'amico — ci siamo un po' tutti trovati come elementi di una orchestra che non hanno mai suonato insieme, quindi siamo stati un po' stonati. Poi infine il risultato ha premiato meritatamente la nostra superiorità. Per conto suo, Fiorini e molto lieto di avere disputata questa prima partita, che spera ardentemente non sarà l'ultima ed è grato, anzi, per la fiducia che in lui hanno riposto le gerarchie Federali. Su gli avversari, l'amico dl Fiorini dà il seguente giudizio: — Fin dai primi momenti ho compreso che i nostri potevano vincere; con questo non voglio diminuirne il valore anche perché mi è stato detto che i nostri avversari non sono nuovi ai successi internazionali. Tuttavia posso dire con sicurezza, che indubbiamente esiste una nostra superiorità di stile e di tecnica nei loro, confronti Gli Svizzeri giocano troppo elementarmente e mancano di astuzia. Dal loro gioco caotico e poco chiaro siamo stati travolti pure noi e la partita non è riuscita come nell'aspettativa. Ma alla fine Milano ha saputo trovare l'attimo e lo spiraglio giusto. Ma scusi - m'è venuto improvvisamente di chiedergli - queste cose lei come le sa? E' rimasto male l'amico Fiorini. Come le sapeva? O non era forse amico di Fiorini? E allora ho chiesto: — E quale reparto avversario è sembrato il migliore? — Mi è piaciuta la difesa: essa è dotata di un gioco robusto: ma mi creda, che se essa è apparsa efficace nel primo tempo specialmente, forse non è tutto merito suo. E domando ancora: — E lei, che è amico di Fiorini, dica un po': cosa ne pensa delle critiche che sono state mosse all'« esperimento »? L'amico dice cose gravi: lo credo che su questo « esperimento » si debba insistere; non per motivi personali che riguardano la mia amicizia con Fiorini, ma perché io sono convinto che soprattutto cause indipendenti dalla volontà dei giocatori, hanno ridotto per questa volta la nostra vittoria; ma siamo sempre disposti a dimostrare ai critici, che non a torto si ha fiducia in noi. E chi vincerà? L'amico adoperava il « noi » maiestatico, come comprendete bene. Ecco Fiorini avvicinarsi a noi, ora, ed ecco l'amico avvicinarglisi e chiedergli: — Non ti sembra? Fiorini rimane sorpreso e risponde: — Che vinceremo domenica? Lo spero. Lascio Fiorini e gli amici, e li ritrovo a sera nel caffè mentre parlano e discutono. Naturalmente discutono di calcio.

Dino Fiorini giocò nel Bologna dal campionato 1932-33 fino al 1942-43, con 186 presenze e 5 gol tra campionato e coppe; 3 presenze in Nazionale B. Con il Bologna vinse gli scudetti del 1935-36, 1936-37, 1938-39, 1940-41; 1 Coppa Europa nel 1934 e 1 Torneo dell'Esposizione di Parigi nel 1937.

domenica 14 dicembre 2008

Bologna - Torino 3-1 (2-0), 23.06.1929 (Prima finale scudetto 1928-1929).


BOLOGNA - TORINO 3-1 (2-0) 23-06-1929 h.16.00, Stadio Littoriale. 
Bologna: Gianni; Monzeglio, Gasperi; Genovesi, Baldi, Pitto; Busini I, Della Valle, Schiavio, Busini III, Muzzioli.
Torino: Bosia; Vincenzi, Martin II; Martin III, Colombari, Speroni; Vezzani, Baloncieri, Libonatti, Rossetti II, Franzoni.
Arbitro: Rovida di Milano.
Reti: Della Valle 31' (B), Schiavio 41', 58' (B), Libonatti 86' (T).
Spettatori: 25.000 circa.
Note: Espulso al 60' Della Valle.

Da "Tutti gli Sports" del 16 giugno 1929.

"La vibrante contesa pel titolo di campione nazionale di calcio. Il tempo delle finali è venuto. Non come l'atteso confronto decisivo fra le due più forti compagini d'Italia, ma come una liberazione ed un sollievo da una troppa prolungata ed estenuante improba fatica. Torino o Bologna? Non importa purché si finisca. E' questo il sentimento di calciatori e dirigenti, l'atmosfera che circonda le ultime due battaglie di Bologna e di Torino. Lo scudetto tricolore non dice più nulla alle squadre stremate, agli atleti affranti, desiderosi di non altro che di imbarcarsi, per avere almeno sul mare un mese di riposo senza ammaccature, gomitate nei fianchi e calci negli stinchi, senza l'urlo lacerante della folla agitata che non perdona e non risparmia. A Bologna la prima battaglia, sull'esito complessivo già si sono pronunziati gli esperti della tecnica calcistica nella magnifica rivista dell'on. Ferretti, a cui dedica la sua genialità d'artista il sempre giovane Vittorio Varale. Dalla cernita dei vari pareri, esclusi quelli che per necessità di ambiente non potevano essere che preconcetti, è balzata a gran maggioranza la preferenza per il Bologna. Ma noi, pur avendo espresso lo stesso parere, riteniamo doveroso, da vecchi frequentatori dei campi di gioco, di accomunare nella stessa calorosa ammirazione quei ventidue atleti, i quali non saranno purtroppo domenica in campo, ma hanno nell'annata dimostrato luminosamente di essere gli a-tout capaci di risolvere a vantaggio dei propri colori le più dure partite decisive. Molti di essi, troppi forse mancheranno alle due partite risolutive, ma che perciò? Son essi che han portato le loro squadre invitte alla testa dei due gironi. Il più è fatto, ora tocca ai giovani immortalarsi alle ultime cartuccie. Ecco perchè il pubblico deve salutare nei due undici che pubblichiamo i reali esponenti delle due finaliste, anche se di assenti ve ne saranno parecchi. L'organamento del campionato attuale è condannato con l'esito infelicissimo non dalle sole finalissime, ma di ben tre o quattro delle ultime domeniche. Quel taglio chirurgico che da anni si procrastina e si allontana, appare indispensabile oramai. Ne perderebbe d'importanza il massimo titolo nazionale, ne scapiterebbe il bel giuoco, col logoramento progressivo degli uomini dai più in vista, ai giovanissimi, teneri ancora alle lunghe serie di incontri ed alle durissime partite fuori casa... Osserviamo gli squadroni del centro Europa: sono diventati delle vere e proprie trompes che quando han girato mezzo mondo tornano in Patria a dar qualche saggio della propria abilità, e disputano il campionato tanto perchè vi sono ancora obbligati. Allontaniamo dall'Italia questa ignobile fine dello sport del calcio, che esso resti sport anche se fra squadre di professionisti e conserviamoci i nostri campioni per i nostri pubblici che ti adorano, non li incoraggiamo a girare pel mondo, col pericolo che non ci tornino più o cosi viziati da bacare tutto il superbo vivaio nostro. Esaltiamo i nostri campionati e la finale. A Bologna per cominciare è battaglia grossa. I rosso-bleu partono gran favoriti per il campo in favore, l'inquadratura più completa, che avranno agio di allineare per una maggior freschezza. Il Torino rappresenta una incognita pel suo congegno più delicato. Ma ai ventidue atleti con eguale simpatia... in bocca al lupo!".

Dal "Littoriale" del 20 giugno 1929.

LE FINALI DEL CAMPIONATO: Bologna - Torino.

Chi conosce molto da vicino il Bologna e lo ha seguito ininterrottamente in tutte le 30 gare fin quì disputate sa e ne può far fede, che la squadra capolista del Girone B aveva iniziato il Campionato non già preoccupata della conquista del Titolo quanto di conseguire in una onorevole posizione in classifica la riorganizzazione del team uscito in condizioni sommarie di salute dalle finali dello scorso anno. Il Campionato in corso con tutte le sue incognite non avrebbe imposto agli uomini del Dott. Felsner l'unico scopo di raggiungere le posizioni di vedetta giacchè era opinione diffusa che si volesse allargare la ridotta categoria dei cosidetti titolari della squadra, innestandovi alcuni giovani elementi dai quali, per un complesso di circostanze era lecito attendersi qualche cosa di concreto al fine di presentare nel campionato del 1930 una squadra forte, ben preparata, rinsanguata di giovani elementi seriamente allenati alla scuola di un intiero Torneo. Il programma organizzativo del "Bologna" instaurato su queste basi si rivelò praticamente inferiore alle possibilità della squadra la quale pur provata dall'assenza di Della Valle e di qualche altro ottimo elemento aveva ancora in sè tanta vitalità da imporsi agli avversari ospiti del Littoriale ed a quelli ospitanti in campi forieri. La bramosia di conservare intatta l'aureola dell'immunità da sconfitte suggerì automaticamente di rafforzare la squadra adeguando i mezzi all'impresa che nel cuore del girone d'andata appariva ardua ma non impossibile. Fu allora che il "Bologna" riapparso nella pienezza del suoi mezzi, offrì all'attenzione dei critici una difesa solida e possente, una linea mediana reputata la migliore d'Italia, un'ottima linea di attacco con Schiavio in gran forma e Della Valle in un ritorno inaspettato ai suoi giorni migliori. A Torino, contro la Juventus il Bologna metteva in vetrina la sua vitalità (se non proprio tutta la sua classe) e su quel match nullo piantava in asso l'avversario più temibile. Più difficile il compito del Torino il quale trovandosi affiancato per un buon tratto del percorso il Milan dovette sudare non poco per liberarsi di un avversario fatto ardito dalla speranza di sorpassare i campioni d'Italia e prendere un piccolo vantaggio che a ragion veduta sarebbe stato fatale per lo squadrone granata. Sostanzialmente i gironi hanno favorito nel Torino e nel Bologna le squadre dotate di maggiori requisiti; può darsi che il campionato nella sua impostazione tecnica non abbia superato i campionati precedenti: tuttavia è lapalissiano che il "Bologna" ha realizzato cifre ragguardevoli per l'eccellenza della classe, per lo stile di gioco, a nostro avviso completato dall'accresciuta potenza della squadra rispetto a se stessa. Insomma mentre il Torino, edizione attuale, non ha superato il Torino edizioni precedenti non elevando il livello tecnico del suo girone, il Bologna ha mostrato di avere toccato l'annata della perfezione togliendo magari il taglio alle sue lame ma irrobustendole con una rifusione salutare per le qualità speciali dei singoli e quelle particolari di Della Valle tornato ad essere il miglior compagno di Schiavio. Non è male se quella che è stata una squadra di fini tessitori oggi è divenuta una squadra di forti. Considerato il gioco nella sua struttura, tolta tutta la fraseologia che colorisce soltanto, il giuoco rimane una solenne espressione della vitalità. Il "Bologna" sfoderando tutte le sue qualità assurge a nostro avviso a fama di squadra completa e rappresenta nel corso dell'annata sportiva l'unità più degna di contendere il titolo al Torino.

Bologna, 23 giugno 1929, "Stadio Littoriale", prima finale.

La prima finale si giocò al Littoriale di Bologna. Mancava tra i campioni d'Italia il forte centromediano Janni, infortunatosi in Nazionale. Il Bologna partì fortissimo: dopo qualche parata di Bosia e tentativi falliti di un soffio da Muzzioli e Schiavio, su un bellissimo assist di "Angiolino", Della Valle realizzò il primo gol, quasi a porta vuota. Passarono pochi minuti e su azione da corner, colpo di testa di Della Valle che finì sul palo, Schiavio fu lestissimo a raccogliere il rimbalzo e addirittura di petto appoggiò in rete a porta sguarnita. 2 a 0 per il Bologna, il match sembrò chiuso, invece la partita cambiò radicalmente volto. Il Torino si innervosì, iniziarono le prime scorrettezze da parte granata a cui replicarono i rossoblù. Fortunatamente terminò il primo tempo e l'arbitro Rovida mandò le squadre negli spogliatoi. Ma la ripresa fu ancora più dura. Il gioco di entrambe le squadre peggiorò e si svolse tra continue violenze in campo. Il Bologna continuò a prevalere e dopo una buona occasione mancata da Della Valle, una bella parata di Bosia su Baldi e una magnifica azione granata condotta da Libonatti e Vezzani, sventata da Gasperi. Angelo Schiavio, su perfetto passaggio di Muzzioli al limite dell'area, dribblò Martin III° e Vincenzi, e fece partire un perfetto diagonale sul secondo palo, dove Bosia non poté arrivare. 3-0 per il Bologna. A questo punto successe un fattaccio: Della Valle e Martin III° si strattonarono in corsa e caddero a terra, "Geppe" Della Valle sferrò un pugno allo stomaco di Martin III°, il quale aveva tentato di tirargli un calcio (un'altra versione afferma che gli aveva sputato in viso). Quando il tutto sembrava finito e l'incidente chiarito, l'arbitro comandò l'espulsione a Della Valle che avvilito uscì dal campo e si sedette poco oltre la linea. Era il 15' della ripresa e il Bologna giocò in 10 per tutto il resto del match. Ma la partita non cambiò e dopo due splendide azioni di Schiavio che scheggiò la traversa con un bolide da venti metri, successe che durante un corner per il Torino, Libonatti scalciò violentemente Gasperi - che rimase a terra per alcuni minuti - senza che l'arbitro sanzionasse l'argentino. Il Bologna dominò letteralmente il resto della partita anche in inferiorità numerica e dopo un gol annullato a Busini I° per offside, arrivò il gol della bandiera per il Torino. Lo mise a segno Julio Libonatti dopo avere ingaggiato un duello in velocità con Gasperi; riuscì a dribblarlo e a battere Gianni da pochi passi. 3 a 1 per il Bologna, la finale si spostò a Torino.

martedì 9 dicembre 2008

1931-32 Lazio - Bologna - video




Quello che vedete sopra è un filmato di Lazio - Bologna del 21 febbraio 1932, 2-1 per i bianco celesti, con reti di De Maria e del brasiliano Anfilogino Guarisi ( meglio conosciuto all'epoca con il soprannome di "Filò" ) per la Lazio, e momentaneo pareggio di Rafael Sansone per il Bologna. Quella sconfitta pose fine a 19 (!) risultati utili consecutivi del Bologna, con 13 vittorie (di cui ben 5 fuori casa) e 6 pareggi. Le formazioni di quella partita. Lazio: Sclavi; Mattei II, Del Debbio; Rizzetti, Furlani, Fantoni II; Guarisi, Malatesta, Fantoni I, Castelli, De Maria. Per il Bologna: Gianni; Monzeglio, Gasperi; Montesanto, Baldi, Martelli II; Maini, Sansone, Schiavio, Fedullo, Reguzzoni.

1931-32: Monti "killer" su Schiavio e lo scudetto è perduto


Il Bologna che disputò il campionato 1931-32, fu probabilmente il migliore di tutti gli anni Trenta. In quel preciso momento storico, gran parte dei calciatori rossoblu - i più forti, l'asse portante dello Squadrone che faceva tremare il mondo, i vari Schiavio, Maini, Gasperi, Fedullo, ecc. - erano nel pieno delle loro forze e della loro carriera. Quel Bologna pareva invincibile: solido e tetragono in difesa; ricco di fantasia negli interni sud-americani; un attacco esplosivo con Schiavio e Reguzzoni su tutti. Una vera e propria macchina, inarrestabile. I rossoblu caddero solo alla 20^ giornata, 2-1 a Roma contro la Lazio di "Filò" e Del Debbio, dopo 19 (!) risultati utili consecutivi: 13 vittorie (5 fuori casa) e 6 pareggi. Lo Squadrone si piazzò al secondo posto assoluto in campionato, a soli 4 punti dalla Juventus, dopo avere dominato per tre quarti di stagione. Solo un volontario intervento-killer di Luis Monti sul ginocchio di Schiavio, nel match decisivo per le sorti del campionato - con il risultato fino a quel momento a vantaggio del Bologna per 2-1 e supremazia rossoblu anche sotto il profilo del gioco -, impedì al Bologna di vincere la partita - o quanto meno di pareggiarla - e probabilmente spezzare quello che poi sarebbe divenuto famoso come il "quinquennio" juventino (cinque scudetti consecutivi tra il 1930-31 al 1934-35, una squadra formidabile). Schiavio tornò in campo nel secondo tempo di quella partita solo per onor di firma (non c'erano infatti le sostituzioni all'epoca), e la Juventus ebbe così via libera per potere rimontare il risultato e vincere la partita per 3 a 2, con rete di Vecchina a pochi minuti dalla fine del match. Quello di Monti su Schiavio fu un intervento criminale (l'argentino - che era un grande campione, non si discute - non era nuovo a simili "prodezze": anche Matthias Sindelar dell'Austria Vienna, che Monti aveva in uggia, alla pari di Schiavio, uscì a braccia dal campo dopo un match di Coppa dell'Europa Centrale) e determinante per la conquista di quello scudetto juventino. In seguito a quell'episodio, servì tutta la diplomazia di Vittorio Pozzo per riappacificare gli animi dei due in Nazionale. Schiavio, che aveva bollato Monti con la parola delinquente, all'epoca un insulto pesante, fu inizialmente refrattario all'opera di pacificazione da parte di Pozzo, anche perché tra i due esisteva un precedente risalente al 1929, durante la tournée in Sud America del Bologna, nella partita che pose di fronte la Nazionale argentina e il Bologna: "Durante la gara Monti intervenne più volte sul centravanti felsineo e fu sfiorata la rissa in numerose occasioni". (Fonte: C.F.Chiesa da "Il Secolo Azzurro" [Nota: né "Il Littoriale" né "La Stampa" di Torino del 1929 riportano l'episodio in questione.]). Pozzo, anni dopo, spiegò come riuscì a fare convivere i due: "Luisito e Angiolino erano divisi da un duro astio. Mi decisi di buzzo buono alla rappacificazione che si rendeva necessaria. Non fu un'impresa facile, perché ambedue gli interessati avevano il loro carattere. Ma vi riuscii, non sto a raccontare come, e poco per volta portai i due a dividere la stessa camera d'albergo nei nostri viaggi all'estero". Monti e Schiavio non diventarono mai amici, ma presero a rispettarsi come compagni di squadra.

Dal "Littoriale" del 2 maggio 1932.


"Chi ha assistito a questa emozionante ed ardente contesa sulla cui importanza è inutile insistere, osservando obiettivamente i fatti e giudicando con serenità ha riportato l'impressione che il Bologna, squadra fortissima, meritava la vittoria, o almeno un risultato pari. La sfortuna e molti altri elementi, hanno concorso all'insuccesso di stretta misura. Sarà bene però rilevare che nell'aspra ed appassionante lotta il Bologna ha riconfermato l'alta classe e l'indomito spirito agonistico, e che la vittoria cui ha contribuito un calcio di rigore, non è certamente una brillante affermazione di superiorità dei bianco neri. Questa considerazione, e la potenza dimostrata specialmente all'attacco dalla squadra ospite, dicono chiaramente come non sia questa la scena madre del campionato che deve ancora decidersi fra le due compagini avversarie in altre 6 partite. La squadra felsinea pur combattendo con coraggio, ha piegato di fronte ad una Juventus resa maggiormente combattiva dalle condizioni del campo e dalla tattica che riteniamo errata usata nel secondo tempo dalla compagine bolognese. La pioggia caduta incessantemente durante la settimana precedente all'incontro e durante la partita, aveva trasformato il campo in un vero acquitrino: di ciò ha risentito maggiormente il Bologna che non ha potuto usufruire completamente delle qualità di velocità che distinguono le sue azioni nell'offesa. Tuttavia la classe in alcuni uomini che compongono l'undici rosso bleu, aveva sopperito dall'inizio e sino alla fine del primo tempo, alle difficoltà create dalle condizioni sfavorevoli del terreno. Infine la squadra ospite era riuscita a chiudere la prima parte della contesa con un netto vantaggio concretato nel punteggio di 2 a 1, ma nella ripresa, forse con la speranza di riuscire a conservare questo vantaggio, si è visto il Bologna rattrappirsi in difesa, venendo da sè stesso a creare condizioni favorevoli per l'offensiva avversaria, liberata dalla temibile pressione dell'attacco degli uomini guidati da Schiavio.

L'incidente Monti - Schiavio.

Errore veramente grave, in quanto la forza maggiore della bella compagine bolognese, è appunto l'attacco che aveva dimostrato in diverse occasioni di trovarsi compleatamente a posto e di manovrare con respiro, con finezza e con intelligenza nell'area juventina. Dobbiamo però sottolineare un altro fatto che ha contribuito a mozzare le unghie al battagliero attacco rosso-bleu: al 44' del primo tempo in uno scontro fra il centro mediano juventino Monti, e Schiavio, che sino ad allora aveva giocato valorosamente e proficuamente per i suoi colori, questi cadeva; e si vedeva allora Monti farglisi sopra e colpirlo e pestarlo ripetutamente con intenzione al ginocchio, tanto che il valoroso attaccante felsineo fu trasportato a braccia fuori dal campo quasi svenuto. L'arbitro Lenti, o non si è accorto del grave fatto, o credette opportuno, per il buon esito della partita (il che è per noi molto discutibile) non dare il seguito che sarebbe stato doveroso e necessario al brutto episodio.

La tattica difensiva dei rosso - blu.

Può darsi che la tattica difensiva usata dal Bologna nel secondo tempo, sia stata dovuta ad eccessiva preoccupazione, dettata non non solo dalla speranza di conservare il successo ottenuto, ma sopra tutto dalla diminuita efficienza del reparto attaccante, per le contusioni riportate da Schiavio. Infatti il centro attacco bolognese, ritornava nel secondo tempo fra le file degli ospiti, ma la sua opera si limitava prima ad una semplice presenza, come ala destra nel quale ruolo non riusciva a portare aiuto ai compagni. Dopo il pareggio juventino, egli riprendeva il comando dell'attacco, ridotto a Reguzzoni, attivissimo, ed a lui zoppicante. La Juventus scatenava in pieno le sue offensive eseguendo una fita rete di attacchi in area avversaria.

La sfortunata reazione dei rosso - blu.


Cercò il Bologna a tratti di liberarsi dalla morsa e reagire e di portare a sua volta l'azione offensiva contro la porta di Combi. Due o tre volte la squadra ospite fu sul punto di riportare il successo ad opera di Reguzzoni che passò con precisione al centro numerosi palloni. Ma inutilmente, sia per l'inefficienza in cui era stato ridotto Schiavio, sia per la mancanza degli uomini della propria linea troppo arretrati a sostegno della mediana, sia perchè una volta trattenuto da Varglien per la maglia mentre si accingeva a tirare completamente libero da due o tre metri di distanza contro Combi. Infine Fedullo ha giuocato fra gli avanti nel suo ruolo di mezzo sinistro, e la prima linea del Bologna che ha svolto azioni bellissime e veramente pericolose per la precisione e per la distribuzione del giuoco. La linea mediana ha retto degnamente il confronto con quella avversaria. Montesanto è stato l'uomo che ha interrotto numerose incursioni dei bianco-neri ed a lui spetta il merito di aver rinviato sulla linea bianca della porta una centrata raso terra di Orsi e deviata in gol da Vecchina. La difesa ha avuto in Monzeglio un gladiatore calmo, preciso, e irruente quando era il momento egli ha saputo sempre affrontare gli avversari e dominarli.

Un semi - infortunio di Gianni.


Gianni che si è prodotto in qualche parata veramente difficile si è fatto passare un pallone e ciò si giustifica con l'eccessivo orgasmo di fronte all'avversario, così munito. La Juventus ha sferrato, come al solito, l'offensiva nel primo tempo, chiudendo in passivo e poi ha avuto respiro dalle menomate condizioni degli avversari e dalla loro errata tattica ha sferrato le azioni che gli fruttarono il successo. Diversi fattori testimoniano a favore della potente e volitiva squadra bolognese; prima di tutto il fattore campo e l'incidente contro Schiavio. Con ciò non si vuole diminuire la vittoria della squadra torinese che oggi ha piegato i suoi più fieri avversari e ha spianato il suo cammino. Un pubblico immenso affollava lo stadio molte ore prima dell'inizio della partita. Numerose comitive di bolognesi erano giunte con treni speciali. Alle 15 arrivano in campo le autorità acolte da festosi saluti e battimani. Nelle tribune siedono S. A. R. il Principe di Piemonte seguito dal Duca di Pistoia, dall'on. Giuriati, Presidente della Camera dei Deputati, il Segretario federale il Podestà di Torino. Subito dopo sbuca dal sottopassaggio Lenti, seguito dalle due squadre che assumono la formazione seguente: Bologna: Gianni; Monzeglio, Gasperi; Genovesi, Baldi, Montesanto; Maini, Sansone, Schiavio, Fedullo, Reguzzoni. Juventus: Combi; Rosetta, Caligaris; Varglien I, Monti, Bertolini; Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi.

La cronaca dell'incontro.


Al secondo minuto dall'inizio un calcio di punizione per fallo dei bolognesi. Monti manda fuori. Rimessa in giuoco; discesa Vecchina - Cesarini. I giuocatori sono spostati verso il fondo del campo e non hanno altro avversario che il portiere; ma Gianni esce si tuffa sui piedi di Cesarini e gli carpisce la palla. Al 5' discesa juventina e risposta bolognese. Fugge Maini, ostacolato da Bertolini, che ferma l'ala con uno sgambetto. Il calcio di punizione è battuto da Genovesi; Maini riprende la palla e la mette in rete. Fra un clamore di incitamenti, la Juventus parte all'attacco, e una discesa intessuta fra Ferrari - Orsi obbliga Montesanto per troncare, a mettere la palla verso la linea di fondo. Gianni libera. Monti lancia Orsi, che fugge ostacolato da due avversari verso la linea di fondo bolognese: qui giunto centra: sulla traiettoria della palla sono Munerati e Gasperi. Nel salto che entrambi compiono, Gasperi va a cozzare contro Munerati che cade. L'arbitro concede subito il calcio di rigore, che tirato da Orsi, batte inesorabilmente Gianni. È il 20' siamo uno a uno. Le squadre si temono, e manovrano velocissimamente cercando di non scoprire le rispettive difese. La netta superiorità bolognese è evidente. Al 25' un tiro di Baldi costringe Combi a uscire per arrestarlo. È preceduto da Maini che colpisce la palla di testa mandando fuori. In questo periodo giunge il secondo goal bolognese. Lo provoca un intervento falloso di Bertolini. Conseguente punizione battuta benissimo da Baldi che manda la palla a Schiavio che si libera del suo diretto avversario e precede il tuffo di Combi, spedendo in rete. È il 41', siamo 2-1 per il Bologna. A questo punto un incidente si verifica che mette fuori campo Schiavio, l'arbitro fischia subito dopo la fine del primo tempo.

La ripresa.

Si incomincia e l'azione indugia nei pressi dell'area felsinea. La palla perviene a Monti che centra. Raccoglie Vecchina quasi spostato sulla linea di fondo che tira in porta. Gianni ingannato non riesce a fermare la palla, che giunge salterellando e lo scavalca, in modo imprevedibile mentre egli si butta in tuffo. Siamo 2 a 2, è il 54'. Schiavio ritorna al posto consueto di centro avanti. Al 58' calcio d'angolo contro il Bologna. Cesarini, sulla traiettoria della palla, riesce a colpirla di testa ma sbaglia. Al 78' la Juventus riesce a segnare il punto della vittoria con Vecchina dopo un'azione portata da Rosetta sin quasi in area bolognese. Segue il vigoroso serrate del Bologna alla ricerca del pareggio; ma gli sforzi generosi degli atleti bolognesi rimangono sterili, in gran parte per l'impraticabilità del campo, ridotto in questi ultimi momenti ad un vero pantano".

Dal "Littoriale" del 3 maggio 1932.

"Il Calcio Illustrato" n°18 del maggio 1932. "Battaglia di Titani" titolava in copertina, dedicata a Juventus - Bologna."Maggio piovoso in quel di Torino, e apparato invernale, se non nella temperatura certo nelle condizioni atmosferiche. La partita per molti versi decisiva agli effetti del primato, ha avuto l'esito che la logica delle ultime prove della "Juventus", unite al sempre considerevole peso del campo amico, indicavano come il più probabile. I campioni hanno vinto, e oggi che il crollo della mediana laziale e conseguente gravissima sconfitta contro la "Roma", e la mancata vittoria del "Modena" sulla "Bari" sul campo di Viale Fontanelli sembrano fatti apposta per ammonire che il pericolo che la "Juventus" correrà anche sui campi avversi non è così urgente come si poteva credere, tre punti di distacco rappresentano un margine che -- a sei domeniche dalla fine del campionato -- può dare una certa tranquillità. Peccato! Avremmo preferito veder finire questa partita alla pari: ne avrebbe guadagnato l'interesse del torneo, e si sarebbero evitati i commenti, certo non benevoli, e con giusto motivo, che l'atto di Monti ai danni di Schiavio susciteranno. Per la gravità dell'atto inconsulto a sè e per le conseguenze inevitabilmente gravi che il "Bologna" dal dover giuocare con uno Schiavio praticamente inutilizzato ha dovuto risentire. Peccato, perchè il "Bologna" del primo tempo era apparso in forma splendente, e più ancora che per il punto di vantaggio con il quale era giunto al riposo, per la qualità di giuoco svolto, e per la resistenza alla pressione juventina, aveva convinto di essere in possesso delle armi migliori, degno in tutto e per tutto di lottar con i bianco-neri su un piede di uguaglianza. Alle insidie del terreno fangoso, si era mostrato anzi tecnicamente meglio attrezzato. Quando tra due squadre di tal levatura e in lotta per una posta così ambita, vien gettato sulla bilancia un peso negativo della forza di Schiavio che viene a mancare difficile è attrezzarsi in maniera da non risentirne danno. Forse lo schieramento difensivo adottato dal "Bologna" è stato una mossa sbagliata; forse un po' di nervosismo giustificato, in una col pallone viscido per la pioggia ha tradito Gianni: fatto sta che il "Bologna", ancora una volta con un solo punto di differenza ma è uscito battuto. Lenti, che aveva giustamente decretato senza esitare un calcio di rigore contro il "Bologna", ha avuto uno scrupolo eccessivo non prendendo nei riguardi di Monti il provvedimento che si imponeva. Non potremo certamente noi esser accusati di soverchie simpatie per i rigori eccessivi, o di scandalizzarci quando la contesa prende aspetto di battaglia: il calcio, esercizio maschio e rude, espone spesso a dolorosi incidenti. Quando però si tratta di un gesto come quello di Monti, indiscutibilmente violento e volontario il passarvi sopra è più che erroneo, colpevole. L'arbitro, del resto, può benissimo aver avuto elementi di giudizio sfuggito al controllo degli spattatori e dei critici.

Le speranze legate a un filo.

Il "Bologna" di domenica, può benissimo sperare di vincere tutte le partite e chiudere il torneo con la stessa autorità di marcia con la quale ha saputo condurlo sino ad oltre metà del cammino. Se così fosse, l'ultima parola non è ancora detta: "Modena" e "Lazio" non è detto che non trovino contro l'avversaria più illustre -- come è nelle loro tradizioni -- la giornata migliore, e allora... Ma tre punti di distacco sono molti, e il nostro sereno ottimismo si circonda di molte riserve...". p.l.t.

LA STAMPA -1  Maggio 1932 

L'appassionante interrogativo dei campionato di calcio 
Juventus o Bologna
di VITTORIO POZZO. 

L'Inghilterra ha avuto sabato scorso a Wembley la Finale della sua coppa fra il Newcastle United e l'Arsenal, la Francia ha portato a conclusione domenica ultima a Colombes il torneo della sua più grande competizione coll'incontro fra Cannes e Roubaix, l'Italia vede oggi nell'incontro di Torino fra Bologna e Juventus la prova decisiva del suo Campionato.

Prova decisiva 

Siamo in periodo di avvenimenti calcistici che devono dire una parola definitiva, ed è quindi logico — per lo meno non reca meraviglia — che ad un incontro che metta l'una di fronte all'altra le due compagini più agguerrite della stagione, si attribuisca senz'altro il pomposo titolo di « Finale ». Nel caso attuale, occorre dirlo subito, questi poteri taumaturgici e discrezionali, la gara fra il Bologna e la Juventus non li possiede. La gara stessa è la più schiettamente interessante che si possa concepire ed organizzare a questo punto del campionato, e può dir molto, moltissimo, ma non tutto in fatto di primo posto nella grande competizione. Nessuno dei due contendenti lascia infatti l'impressione di poter camminar diritto, a via spianata, e senza inciampar in ulteriori ostacoli, una volta superata la prova di Torino. In altre parole, quella che si disputa oggi è una battaglia di grande, di solenne importanza, ma non l'ultima. In sei altre giornate di combattimento, quello che sarà stato fatto o disfatto a Torino, potrà venir distrutto o ricostruito. Il che, mentre è un bene per lo stato d'animo con cui i giuocatori scendono in campo, non toglie assolutamente nulla alla bellezza della prova. La prova è bella in sè per il modo in cui si è giunti all'attuale situazione e per il valore intrinseco delle due squadre.

La marcia dei due « leaders »

Bologna e Juventus han staccato nettamente ogni altro concorrente al titolo di Campione, ed han fatto ciò percorrendo vie diverse e superando vicissitudini differenti. La marcia dei petroniani si iniziò fra la sorpresa e l'incredulità quasi degli sportivi. La squadra aveva ceduto qualcuno fra i migliori elementi di cui disponeva e non aveva acquistato quasi nessun uomo nuovo, ma, come se essa fosse stata resa più veloce, più snella e più disinvolta da questo suo disfarsi di responsabilità, la unità prese a funzionare con una concordia, un affiatamento ed una regolarità che il primo posto in classifica venne conquistato d'un balzo e non lasciato più fino a due domeniche fa. La Juventus viceversa ebbe un inizio lento e faticoso, ed una marcia a funzionamento contraddittorio. Furono dapprima difficoltà di inquadratura e di messa a punto di qualche giuocatore, furono in seguito giornate mediocri che facevan seguito a giornate radiose. Ma, staccata di qualche punto dai petroniani che, come capolista, travolgevan tutto innanzi a sè, essa non si perse mai d'animo. Con gli occhi fissi sul Bologna, viveva della convinzione che l'avversario avrebbe finito ad un certo punto per cedere, e si riservava di produrre il suo massimo sforzo al momento in cui questa sua speranza si fosse realizzata. Ora chi precedeva ha segnato il passo come colto da una crisi di stanchezza, e chi seguiva è sopraggiunto fresco ed in pieno sforzo. Ed il caso suole che i due antagonisti si debbano trovar di fronte proprio al momento in cui, dopo mesi di lotta, si sono appena scambiati di posto nella classifica. L'incontro avviene quindi esattamente nel momento in cui la situazione è giunta al suo punto critico e presenta l'aspetto più interessante.

Venti « nazionali » in campo 

Ma il vero interesse della contesa e dato dal valore e dal carattere delle due squadre e degli elementi che le compongono. Raramente si sono trovati di fronte, nel campionato di queste ultime stagioni, due compagini formate di uomini dai lineamenti tecnici così marcati e caratteristici. Prendete i terzini, Rosetta, Caligaris, Monzeglio e Gasperi sono forse i quattro terzini che maggiormente han fatto parlare di sè in questi ultimi anni. Gasperi pare doversi collocare ad un livello leggermente inferiore ai tre colleghi, ma non è la classe che gli manchi: in lui è piuttosto l'impeto e la combattività che trionfano sull'intuito e sul calcolo fino a far velo al rendimento. Come succede a molti fra i giuocatori di temperamento di vero valore, i quattro terzini che saranno sul campo domani hanno incontrato i loro alti e bassi di forma, hanno avuto anche recentemente le loro crisi. Rosetta attraversò nella scorsa stagione un periodo incertissimo di rendimento: origine una lombaggine. Monzeglio apparve nella prima metà dell'attuale campionato, malsicuro, titubante, dubbioso: la tensione nervosa degli incontri lo aveva scombussolato. Gasperi rientra ora in squadra  dopo il riposo ordinatogli dai suoi dirigenti per un periodo di declino che dava luogo a vive inquietudini. E per Caligaris la crisi prese addirittura la forma di una operazione ad un ginocchio e di una lunga degenza all'ospedale. Quattro splendidi terzini: Rosetta tutto finezza, intuito, precisione, studio; Gasperi agli antipodi suoi, tutto decisione, irruenza, giuoco tipo catapulta; Monzeglio al giusto mezzo fra i due, forte della forza, della gioventù e virtuoso della virtù che viene dall'esperienza; Caligaris l'energia, la serietà, l'abnegazione e l'efficienza personificate. All'attacco, basterebbero a conferir personalità ai rispettivi settori di squadra, uomini come Schiavio e Sansone, Orsi e Ccsarini.

Quattro attaccanti famosi 

Schiavio, il temperamento più personale che esista fra tutti gli attaccanti d'Italia. Il suo stile è inconfondibile. L'uomo non si piega, è quello che è, lineare, sempre proteso in avanti, preso sempre dalla idea di trovar lo spiraglio per la cannonata o la puntata in porta. Più che vera forza tecnica la sua è efficienza materiale. Visto che lui non si piega, occorrono mezze ali che a lui si pieghino. Ed in Sansone e Fedullo si sono trovati quest'anno i due uomini adatti. Altruisti, malleabili, pieni di abnegazione ambedue, essi fan da lanciatori e da iniziatori di azioni a Schiavio: ma l'esperienza ha dimostrato che a questi due ottimi palleggiatori difetta in certo qual modo, almeno fino al momento attuale, quel fermo spirito agonistico che è essenziale nel calcio italiano tutto lotta e tutto ardore. Il che non toglie che Sansone sia come controllo del pallone, uno degli uomini migliori che calchino i campi nostri in questa stagione: la dote è messa in risalto dalla tendenza tutta sudamericana ad insistere sulla palla ed a far da solo. Il temperamento non manca ad esempio a Cesarini, che è dinamico, combattivo, intrepido in ogni azione od atteggiamento. Cesarini è, nelle sue attuali condizioni, la dimostrazione pratica e palese che il male che affligge i calciatori nostri in questa stagione è la stanchezza. Rimasto fermo per tre mesi egli spicca ora fra tutti per freschezza. Non solo, ma il Cesarmi dell'ultima maniera è meno arruffone, più lineare, più tatticamente pratico di quello dell'inizio del campionato. Sull'Orsi dalle condizioni attuali, le opinioni sono divise. Non che l'uomo sia in pieno decadimento, ma il suo rendimento è saltuario, il suo giuoco più non s'impone ed ancora non ha finora raggiunto il livello di tecnica e di velocità dell'anno scorso. Ma « Mumo » possiede classe ed amor proprio: due predellini di lancio che fan compier spesso miracoli in fatto di forma, quando l'attività è sostenuta dal lavoro di un vicino che nei novanta minuti tesse, trama e dà vita ad azioni con pazienza e spirito di sacrificio come la mezz'ala Ferrari.

Baldi e Monti: atleti d'eccezione

Fra i mediani: Baldi e Monti. Due anziani che posseggono esperienza quanta se ne può desiderare. Baldi in buone condizioni fisiche è, nel Bologna, il perno naturale e necessario alla squadra. Il suo giuoco d'intercettamento e di sostegno è pratico ed efficace. Baldi che funzioni, con le sue grandi falcate in mezzo al campo ed i suoi allunghi agli avanti, vuol dire la squadra del Bologna che funziona. Di fronte a lui Monti, il miglior centro mediano d'Italia nella stagione. Monti è una forza tecnica ed una forza morale. A base di volontà, quando ognuno dubitava di lui, si è disfatto in tre mesi di tacito lavoro di tutta l'adipe che lo impacciava al suo arrivo in Italia. Ed appena tornato a punto in fatto, di condizioni fisiche, la sua classe è emersa. Nulla manca a Monti per fare il centro mediano completo, nulla gli manca ora per ritornar a dare l'indimenticato spettacolo tecnico delle Olimpiadi d'Amsterdam. Ventidue uomini in campo, ventidue figure tipiche. Venti uomini, nel complesso delle due squadre, che si posson fregiar del titolo di « internazionale »: mancano alla collezione puramente le due ali del Bologna, Maini e Reguzzoni. Ed ancora, quest'ultimo avrebbe già guadagnato la sua prima maglia azzurra sei settimane or sono, a Padova nella Squadra Italiana B, contro la Bulgaria, se non fosse stato costretto a letto da una ferita al ginocchio. Dica praticamente sul campo, quello che esso può e sa dire in fatto di tecnica, questo splendido nucleo di atleti, senza orgasmo, senza acrimonia, senza violenza, e lo spettacolo, al di fuori e al di sopra di quello che sarà il risultato, potrà essere una glorificazione del giuoco del calcio.

La probabile formazione delle squadre 

Juventus: Combi; Rosetta, Caligaris; Varglien, Monti, Bertolini; Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari Orsi.
Bologna: Gianni; Monzeglio, Gasperi; Genovesi, Baldi Montesanto; Maini, Sansone, Schiavio, Fedullo, Reguzzoni.

Juventus e Bologna negli ultimi campionati 

1925-926 — Finali: Bologna- Juventus: 2-2; Juventus-Bologna: 0-0. — Finalissima: Juventus-Bologna: 2-1. 1926- 927: — Finali: Bologna-Juventus: 1-0: Juventus-Bologna: 1-1. 1927- 928 — Eliminatorie:  Juventus-Bologna: 1-0; Bologna-Juventus: 2-0. - Finali: Juventus-Bologna: 1-1; Bologna-Juventus: 0-2. 1928-929 — Bologna-Juventus: 0-0; Juventus-Bologna: 1-1. 1929- 930 — Bologna-Juventus: 0-1; Juventus-Bologna: 2-0. 1930-931 Juventus-Bologna: 2-0; Bologna-Juventus : 4-0. 1931-932 — Bologna-Juventus: 1-1.

L'arrivo del « Bologna » 


I giocatori del Bologna che incontreranno oggi sul campo della Juventus i campioni d'Italia loro diretti avversari per la conquista dello scudetto, sono giunti nella nostra città con il treno in arrivo alla stazione di Porta Nuova alle 20,45. I calciatori « rosso-bleu » erano accompagnati da alcuni dirigenti e da un gruppo di appassionati. Essi sono stati accolti entusiasticamente dai supporters rosso-bleu... residenti a Torino e si sono subito recati all'albergo. La squadra, secondo quanto ci è stato comunicato, si allineerà al gran completo, dato che anche Schiavio, il quale non ha preso parte all'allenamento di giovedì, si è completamente rimesso. Per domani è intanto annunziato l'arrivo del treno speciale «rosso-bleu» che porterà oltre mille sostenitori dell'undici felsineo. Si avranno quindi due distinte falangi dl « tifosi », e quella bolognese, se pure più esigua per numero, non vorrà far mancare ai proprii campioni l'incitamento costante per tutta la durata del match. I calciatori « bianco-neri », dopo l'allenamento di venerdì, sì sono riuniti ancora ieri, ma non più per calzare le scarpe a bulloni, sibbene per compiere, in compagnia del trainer Carcano, una salutare passeggiata in collina, avendo modo anche di visitare la clinica nella quale Caligaris ha subito, mesi or sono, l'operazione del menisco, e che ospita attualmente il mediano del Milan Marchi. Tutti i « bianco-neri » sono in ottime condizioni di efficienza e si batteranno strenuamente per difendere il primato in classifica. La Juventus ha intanto provveduto a innalzare attorno al rettangolo di gioco grandi tribune in legno, sì da sfruttare al massimo la capienza del campo e da poter ospitare nel migliore dei modi la grande folla che assisterà all'incontro. Siamo pertanto in grado di annunciare che la vendita dei biglietti continuerà sino alle 10 di stamane presso la segreteria del Club, sino alle 12 presso il chiosco della « Stipel », per riprendere poi agli sportelli del campo. Hanno assicurato la loro presenza numerose Autorità, per le quali è stato riservato il recinto centrale della tribuna coperta.