martedì 11 giugno 2019

Bologna 1925 – FU VERA GLORIA


Libro che, finalmente, spazza via decenni di menzogne e falsità. 

"Il Bologna vinse il primo scudetto della sua storia il 23 agosto 1925, battendo 2-0 nella capitale l’Alba Roma, vincitrice del campionato di Lega Sud, già sconfitta all’andata per 4-0. Si era ormai alla vigilia della nuova stagione e tanto ritardo era dovuto al fatto che la finale di Lega Nord tra Genoa e Bologna, prime classificate dei due gironi del campionato settentrionale, si era trasformata in una storia infinita. Due mesi, cinque partite e un oceano di polemiche, di accuse reciproche, addirittura di colpi di rivoltella. Due mesi di calci al pallone alternati a riunioni istituzionali, fino alla decisione di dirimere la questione alle sette di un mattino d’agosto, a porte chiuse su un campo della periferia di Milano tenuto segreto fino all’ultimo. Il Bologna avviava così la sua avventura ai vertici del calcio italiano, mentre si fermava quella del Genoa, vincitore di nove campionati. Una serie di ricostruzioni storiche sommarie e lacunose tramandatesi nel corso dei decenni hanno portato a mettere in dubbio la legittimità di quel successo. Motivo? Gravi fatti “politici” che da parte bolognese avrebbero inquinato l’esito della finale-semifinale infinita. Con “Bologna 1925 Fu vera gloria”, Riccardo Brizzi, ordinario di storia contemporanea all’Università di Bologna, e Carlo F. Chiesa, giornalista e storico del calcio, operano una minuziosa ricostruzione dell’ambiente socio-politico in cui la vicenda maturò e dei fatti – agonistici e no – relativi alle partite, basandosi unicamente sui documenti dell’epoca, messi a disposizione da due collezionisti, Lamberto Bertozzi e Mirko Trasforini. Ciò che ne emerge è un verdetto storicamente inattaccabile: lo scudetto del Bologna fu pienamente legittimo e conquistato sul campo. Senza “intrusioni” extrasportive di sorta".

Carlo F. Chiesa

Bologna 1925

FU VERA
GLORIA

Postfazione storica
Riccardo Brizzi

Documentazione storica

Lamberto Bertozzi, Carlo F. Chiesa, Mirko Trasforini

CARLO F. CHIESA, giornalista professionista. Inviato speciale e poi caporedattore del “Guerin Sportivo”, si è specializzato nella storia mondiale del pallone nel mensile “Calcio 2000”, di cui è stato tra i fondatori. Per Minerva ha pubblicato Il Secolo Rossoblù, Il Secolo azzurro, Così si torna in Paradiso, Schiavio, il segreto dell’Angelo, Lo scudetto insanguinato, Bologna storia di un’ingiustizia. 1926-27: lo scudetto negato.

RICCARDO BRIZZI, professore associato di Storia contemporanea presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, dove tiene i corsi di Storia contemporanea e Storia e media.

Editore: Minerva.
Pagine: 320
Edizione: Giugno 2019

lunedì 19 marzo 2018

Bologna - FK Austria 2-1, 21 giugno 1936 — Coppa dell'Europa Centrale


Bologna, giugno 1936. Angelo Schiavio accoglie alla stazione Matthias Sindelar e il suo FK Austria Wien, alla vigilia degli ottavi di finale della Coppa dell'Europa Centrale. I due grandi campioni si stimavano e rispettavano; Angiolino riteneva Sindelar il più forte giocatore d'Europa. Condividevano entrambi l'odio sportivo di Luis Monti, il fortissimo e truce centromediano della Juve, detto doble ancho (due ante, per la sua robusta taglia fisica), che più volte tentò di stroncare fisicamente la loro carriera — sia Sindelar che Schiavio uscirono portati via a braccia dal campo. I due avevano fatto conoscenza la prima volta nel gennaio del 1925, quando le amichevoli internazionali erano l'unica maniera per affrontare le squadre straniere e l'Austria portava ancora il glorioso nome di Wiener Amateur SV. Finì 4-2 per il Bologna e "cartavelina" segnò una rete per le 'violette'. L'Austria, arcirivale del Rapid in quel di Vienna, nella Coppa Europa fu per tutti gli anni 1930 l'autentica bestia nera delle squadre italiane, contro le quali Sindelar solitamente si scatenava: Juventus eliminata nel 1933; Ambrosiana-Inter battuta in finale sempre nell'edizione del 1933; Bologna eliminato per due anni di seguito, 1936 e 1937. Davvero un castigo. Ma gli austriaci erano veramente fortissimi e Angiolino non aveva torto: Sindelar era per davvero il numero uno in Europa. 


giovedì 8 febbraio 2018

Bruno Pace


"Scarpantibus", "avanzo di balera". A Bruno Pace piaceva prendersi non troppo sul serio. Imputava la sua cronica idiosincrasia verso il gol al suo piede n. 44, che lui giudicava troppo grande per essere da bomber di razza. Ma era un ottimo giocatore dotato di buona tecnica, estroso e imprevedibile. I più attempati se lo ricorderanno autentico trascinatore in Coppa Uefa, al Parc Astrid di Bruxelles, campo dell'Anderlecht, dal quale i rosso-blu uscirono vincitori per 0-2, vendicando la monetina del Camp Nou nel 1964. Studi classici e universitari ma personaggio scanzonato e naif, corresse nella notte una scritta su un muro di Bologna che nei '60/'70 era comune: a 'Pace in Vietnam' aggiunse sotto 'Anche Pascutti!'. Tornò poi al Bologna da allenatore, negli anni bui della serie B, lasciando comunque un buon ricordo. Fu uno dei pochi che riuscì a entrare in sintonia con 'crazy horse' Domenico Marocchino, nel quale forse rivedeva un po' se stesso da giocatore. Ciao Bruno. 


mercoledì 18 ottobre 2017

Marino Perani


Campione indiscutibile nato da una famiglia di calciatori, da parte paterna e materna; responsabile del settore giovanile che sapeva il fatto suo (Mancini); competente come allenatore e commentatore sportivo. Persona perbene. Ci mancherai, indimenticabile Marino, paradisiaca ala destra. Riposa in pace.


lunedì 22 maggio 2017

La coppa del Tournoi international de l'Exposition Universelle de Paris 1937


La coppa di cristallo del Tournoi international de l'Exposition Universelle de Paris 1937. Oggi di proprietà degli eredi di Angelo Schiavio, fu realizzata dalle Cristalleries du Val-Saint-Lambert (http://www.val-saint-lambert.com/index/html/lang/fr), originarie di Liegi, in Belgio. Nell'immagine si può notare nei dettagli anche il basamento della coppa, si presume andato perduto da anni. Il torneo parigino venne disputato sotto l'egida della Federazione francese (la FFFA, Fédération française de football association, l'attuale FFF), che venne affiancata per l'occasione dal principale e prestigioso quotidiano sportivo francese 'L'Auto', che sponsorizzò la manifestazione calcistica. L'Auto, fondato dal leggendario Henri Desgrange, l'ideatore del Tour de France, nel 1937 era diretto da un'altra figura mitica del giornalismo sportivo francese, Jacques Goddet, colui che ideò e fondò la rivista sportiva "l'Equipe".


giovedì 5 gennaio 2017

Ezio Pascutti

Che dire. L'anno nuovo non inizia bene per chi ha a cuore i colori rosso-blu. Prima due grandi tifosi che ci lasciano, poi anche il nostro grande guerriero, Ezio Pascutti, se ne va a giocare in Paradiso.
Un grande campione da 142 gol, tra campionato e coppe, tutti segnati indossando la nostra maglia.
Perché sì, Ezio non è stato solo uno dei bomber dell'ultimo scudetto, ma è stato soprattutto una nostra grande bandiera. 
Scriveva Cesare Fiumi: 

«Ezio Pascutti sta dentro un'iconografia arcinota: un nugolo di gol dentro una nuvola d'ira.»

Ho letto prima delle bellissime parole su Ezio. 
Le riporto integralmente sulla mia pagina perché meritano.
«Ricacciando indietro le lacrime lo ricorderemo in eterno per questa foto che gli ha dato il passaporto dell'immortalità calcistica e non solo. Mitologica come un nostro personalissimo Che Guevara nella celebre foto di Korda, con basco e sguardo tenebroso. Indimenticabile Ezio, un tuffo eterno da cui non sei mai atterrato.» 


lunedì 12 dicembre 2016

István Mike Mayer


István Mike Mayer, il debordante 'Pista' che vestì il rosso-blu negli anni 1940 e 1950. Magiaro di Budatétény, oggi inglobata nel XXII distretto della capitale ungherese ma fino al 1950 cittadina autonoma, venne acquistato dal Bologna nel 1947, su consiglio di Béla Sarosi ed espressamente voluto da Gyula Lelovics, suo connazionale e allenatore del Bfc. Arrivò accompagnato da un'ottima fama: in un triennio al Ferencváros aveva segnato più di 100 reti – epica una sua tripletta in un Ferencváros - MTK 3-0 nel marzo del 1946, partita giocata al fianco di László Kubala durante la quale bombardò letteralmente la porta dei bianco-blu di Budapest –, e aveva anche esordito nella Nazionale in cui evoluivano il bomber Ferenc "Bamba" Deák e il giovane Ferenc Puskás. I suoi inizi a Bologna non furono facili: un po' l'equivoco del ruolo (a volte impiegato come centravanti, a volte come ala), un po' l'ambientamento a una nuova realtà, lo videro non sempre titolare e raccolse la miseria di sole 6 reti. L'anno seguente la svolta; Mike, confermato titolare nel ruolo di ala destra dal nuovo allenatore del Bologna, l'austriaco Anton 'Tony' Cargnelli, già allenatore di fama negli anni Venti e Trenta, esplose in tutto il suo talento: 21 reti in 28 presenze, terzo posto nella classifica marcatori, ma soprattutto un repertorio straordinario di tecnica abbinata alla potenza: tiri da 30/40 metri che spesso si infilavano nel sette della porta o che bruciavano i guanti al portiere avversario. Una potenza fisica, di gamba, devastante, una specie di Nordahl ungherese che giocava ala. Memorabili i suoi 5 gol in un 6-2 al Livorno (record di marcature in un singolo match del campionato 1948-49), e le doppiette in Bologna - Juventus 3-0 e Bologna - Milan 3-1. Il resto è storia. Fu proprio Mike, dalla finestra della sua abitazione in via Luciano Toso Montanari, in zona Mazzini, a notare un ragazzino col pallone incollato al piede che faceva mirabilie. Lo segnalò subito a Lelovics che lo portò a fare un provino al Bologna. Il suo nome era Giacomo Bulgarelli. Mitico Pista! Üllői


venerdì 14 ottobre 2016

Sansone e Fedullo e il mondiale del 1930


Da appassionato lettore di storie rosso-blu del passato, mi è spesso capitato di leggere, senza poterne accertare la fonte, della pre-convocazione di Sansone e Fedullo nella lista dei trenta calciatori che si sarebbero giocati la presenza nel primo mondiale della storia, quello disputato in Uruguay nel 1930 — dopo una lunga diatriba tra le federazioni europee, la AUF e la stessa FIFA di Jules Rimet. Ho cercato di fare ordine e ho scoperto alcune cose interessanti. Intanto un primo dubbio: possibile che Sansone, all'epoca nemmeno ventenne, fosse stato preso in considerazione tra i trenta giocatori da una Nazionale reduce da due vittorie consecutive alle Olimpiadi, nel 1924 a Parigi e nel 1928 ad Amsterdam? e dove giocava, dato che oltre alla sua accertata provenienza dal CA Peñarol (in rosa nel 1931 e nel 1934, al suo breve ritorno in patria dalla prima apparizione bolognese), prima di quella data non vi sono notizie su di lui come giocatore? A quanto pare Rafael Sansone fu sì uno dei selezionati dalla AUF per la prima coppa del mondo. Non tra i trenta, ma era comunque nel listone iniziale. Sansone, prima di approdare al Peñarol nel 1931, era un giocatore del Central FC di Montevideo (oggi Central Español FC), club dalla maglia rossa a righe sottili bianche e calzoncini azzurri — squadra dalla quale, diversi anni dopo, il Bologna acquistò anche Héctor Puricelli, il celebre "testina d'oro" — che giocava nel campo di Parque Fraternidad, a Montevideo. 



Nel 1927 il Central retrocesse in segunda (la nostra B), ma vinse il campionato e tornò subito in primera, con Sansone in squadra a fare mirabilie. 'Faele' fece così bene nelle due annate successive da essere pre-convocato, assieme ad altri giocatori, nella prima lista dell'AUF per il mondiale. Fedullo (il cui cognome originario era Ferulo), soprannominato in patria "Piteta", era invece un giocatore già affermato: nazionale uruguayo con diverse presenze nella Celeste, più vecchio di 5 anni rispetto a Sansone (classe 1905), era una delle stelle della IASA (Institución Atlética Sud América, meglio nota in Uruguay col nome originario di Sud América, maglia arancio-nera e calzoncini neri) e del campionato Oriental. Ma la sua militanza uruguagia non si limitò solo a questa squadra: giocò anche per il Solferino e per il più celebrato Rampla Juniors FC, squadra dalla maglia rosso-verde con cui disputò una tournée in Europa nel 1929. Fedullo, anch'esso inserito nella lista iniziale del mondiale 1930, fu scartato all'ultimo momento con la lista di buena fe, che decise la rosa definitiva dei 22 per il mondiale. Assieme a 'Piteta' furono esclusi all'ultimo giro altri grandi del fútbol uruguayo dell'epoca, come il futuro rosso-blu Occhiuzzi e i campioni olimpici Pedro Arispe e Juan Arremón. 


sabato 9 luglio 2016

Emil Arnstein


Emil Arnstein, nato nel 1886 ai tempi dell'Impero austro-ungarico, ebreo boemo di Votice (oggi Repubblica Ceca, 60 km dalla capitale Praga), non fu solo uno dei fondatori del Bologna FC – oltre che consigliere, vice-presidente, presidente nel 1910, e primo arbitro federale in Emilia –, ma anche un calciatore del club rosso-blu nel ruolo di mediano. Arnstein, assieme al fratello Hugo, era stato tra i soci fondatori anche di un altro sodalizio calcistico, il Black Star di Trieste. Creato nel 1906 da Richard Löbl e Otto Krans (il primo ex DFC Prag, squadra della comunità ebraico-tedesca di Praga, mentre Krans proveniva dal DBC Sturm Prag 1898), il consiglio del club triestino era composto da tedeschi, cechi, inglesi, italiani e ungheresi. il Black Star indossava una casacca bianca con stella nera sul petto e calzoncini neri, mentre la sede societaria, ubicata nella città dell'alabarda nel cuore del Borgo Teresiano, veniva indicata sui quotidiani di lingua tedesca dell'epoca in questa maniera: "Black Star. Brief-Adresse: Emilio Arnstein, Via Torrebianca 9, Triest". Approdato a Bologna nel 1908 e fondato il club rosso-blu nell'ottobre del 1909, l'Emil Arnstein "footballer" venne schierato nelle amichevoli nei primi due campionati giocati dal Bologna, nel 1909-10 e nel 1910-11. Fu tra i protagonisti di un infuocato derby contro l'ASCM (Associazione Studentesca del Calcio Modena, società che poi diede vita al Modena FC nel 1912), il 17 aprile del 1910, sul Campo delle Manovre a Modena. L'incontro, vinto dal Bologna per 1-3 non senza polemiche, vide i rosso-blu scendere in campo in 10 contro 11, causa defezione del mediano Pietro Bignardi bloccato in caserma per il servizio militare. Sotto il tabellino dell'amichevole tra ASCM e Bologna. Fonte: Ass. Calciofili Modenesi.

Associazione Studentesca del Calcio Modena-Bologna 1-3 (0-3), poi abbandono del Modena all’81’, Modena, Campo delle Manovre (Campo di Marte), 17 aprile 1910.
MODENA: Rovina; Dal Bianco, Cartasegna; Mariani U., Scardovi, Zanasi C.; Ventura L., Beccherini, Secchi, Reggiani, Braga. All.: Ventura.
BOLOGNA: Orlandi; Mirto (Chiara ?); Nanni, Della Valle, Arnstein; Gradi, Mezzano, Bernabeu, Rauch-Louis, Donati.
Arbitro: Brivio di Verona
Marcatori:
ASC Modena: ? (?’)
Bologna: ? (15’), ? (?’), ? (45’)
Note: il Bologna scende in campo in 10 uomini (causa defezione di Bignardi per servizio militare, nda). All’81’ l’ASC Modena abbandona il campo per protesta contro una decisione dell’arbitro Brivio che non concede una marcatura di Reggiani. Successivamente Luigi Ventura, capitano del ASC Modena, chiese al Bologna di concedere un retour match che i cugini rifiutarono ritenendosi legittimi vincitori.


Il 17 aprile una Associazione Studentesca composta di  Rovina, Dal Bianco e Cartasegna; Mariani Ugo, Scardovi e Zanasi Canzio; Ventura, Beccherini, Secchi, Reggiani, e Braga, scese in campo alle 3 del pomeriggio contro un Bologna in dieci uomini per  l’assenza di un terzino. I campioni emiliani di IIIa Categoria schierarono Orlandi e Mirto; Nanni, Della Valle e Arnstein; Gradi,  Mezzano, Bernabeu, Rauch-Louis e Donati. Davanti a un pubblico enorme che non lesinò fischi agli ospiti, i bolognesi si portarono subito avanti per 2 reti a 0 contro un’ASC incapace di replicare. Verso il 40’ gli animi si surriscaldarono. Un giocatore rossoblu sparò verso la rete difesa da Rovina dalla distanza, il pallone destinato a finire sul fondo fu deviato da un bambino nella rete modenese. Apriti cielo! L’arbitro Brivio di Verona, socio dell’Hellas, convalidò il goal e i modenesi, capitan Ventura in testa, presero a contestare la decisione seguendolo per tutto il campo. Brivio fu irremovibile e il primo tempo si concluse sul 3 a 0 per i bolognesi. La ripresa vide un’ASC più gagliardo accorciare le distanze dopo una pressione che costrinse gli uomini di Arnstein, e di Antonio Bernabeu fratello del futuro fondatore del Real Madrid, Santiago, allora studente al Collegio Spagnolo di Bologna, nella loro metà campo. La speranza non era morta quando di traverso si mise nuovamente l’arbitro: Reggiani dopo un’azione confusa in area bolognese raccolse un pallone vagante e segnò il goal del 2 a 3 quando mancavano appena 9 minuti al fischio finale. Mentre i modenesi esultavano si udì un fischio dell’ineffabile Brivio: fuorigioco, il goal è annullato. Fioccarono le proteste, Brivio fu circondato ma ancora una volta non ritornò sui suoi passi e mantenne ferma la decisione. Avendone avuto abbastanza Papagni raccolse i suoi e li condusse fuori dal campo ritirandoli dalla contesa. Brivio assegnò la vittoria al Bologna e si diresse in stazione tra una marea montante di fischi e improperi. I bolognesi  e i modenesi si riunirono al Caffe Cacciatori dove fu offerto agli ospiti, da parte della Virides e della A.S.C.M., un sontuoso rinfresco. Nei giorni successivi il diplomatico Arangio Ruiz fece sapere, per smorzare le polemiche, di accettare il verdetto dell’arbitro. Dello stesso avviso non fu invece Ventura che ritenendo la partita nulla per errore tecnico lanciò una nuova sfida ai bolognesi che non accettarono, ritenendosi giusti vincitori.

giovedì 12 maggio 2016

Schiavio — Il segreto dell'Angelo


Gran bel pomeriggio all'Archiginnasio. Tanta gente a testimoniare l'affetto, la stima e la riconoscenza che i bolognesi nutrono ancora, a distanza di tanti anni, verso la figura di Angiolino. A dimostrazione che la sua Leggenda, e quella del Bologna, non tramonteranno mai. Viva Anzlén! Viva il Bologna!


domenica 3 aprile 2016

Bologna vs Hellas Verona, una rivalità antica


I giallo-bleu scaligeri furono una tra delle prime squadre in assoluto incontrate dal Bologna nel corso della sua prima stagione sportiva (Bologna - Hellas 1-0, 3 aprile 1910, "Targa Bologna"), sul campo dei Prati di Caprara. Contro il Verona scintille anche fuori dal terreno di gioco: le due tifoserie, un tempo rivali anche a livello politico, non si sono mai amate. Nei precedenti storici giocati a Bologna tra le due squadre, spesso ricchi di gol, spiccano alcuni risultati clamorosi: Bologna - Hellas Verona 7-0 del 4 ottobre 1925; Bologna - Hellas Verona 10-1 del 27 novembre 1927; Bologna - Hellas Verona 6-1 del 2 febbraio 1997; Bologna - Hellas Verona 1-4 del 6 ottobre 2013. Diversi anche i campioni approdati in rosso-blu dalle file veronesi: Giordano Corsi, Gino Pivatelli e Ugo Pozzan su tutti. Nel post il tabellino e le immagini di una delle più larghe vittorie bolognesi nei confronti della squadra veronese.

Bologna - Hellas Verona 7-0 [4-0], 4 ottobre 1925 - 1^ giornata  
BOLOGNA: Gianni; Borgato, Gasperi; Genovesi, Baldi, Giordani; Pozzi, Della Valle III, Schiavio, Perin, Muzzioli. - All. Hermann Felsner.  
HELLAS VERONA: Carra; Zuppini, Corsi; Cavalleri, Peics, Zanardi; Bolla, Chiecchi III, Boso, Chiecchi II, Recchia. - All. Imre Schoffer.  
Arbitro: Palestra di Pavia.
Reti: Della Valle 14', Schiavio 38', Della Valle 39', Pozzi 40', Pozzi 51', Muzzioli 72', Schiavio 83'.


BOLOGNA, 4. -- Trionfale il debutto dei campioni nella nuova stagione, e clamorosa per il risultato numerico la vittoria da essi ottenuta contro la prima squadra che è stata loro opposta. Né per ottenere il largo punteggio registrato è stato necessario al Bologna ricorrere a tutte le risorse del suo giuoco e della sua classe. Qualche uomo ha potuto così risparmiarsi e approfittare della partita per un vero e completo allenamento: altri, invece, e segnatamente Della Valle, Schiavio, Muzzioli, Baldi, Gasperi, già a punto, si sono prodigati generosamente per tutta la partita che ha visto fare largo posto alle azioni individuali come è caratteristico dei primi incontri. Il Bologna non ha faticato a dominare per velocità, intuito e decisione nel tiro. Non sono giovati ai veronesi i diversi spostamenti di uomini effettuati, e certo nemmeno l'uscita dal campo di Chiecchi III al 24° minuto della ripresa. A questo punto però la squadra era già largamente battuta. Pubblico assai numeroso e grandi ovazioni ai rosso-bleu al loro ingresso in campo. Arbitra Palestra in modo assai longanime. L'incontro ha avuto una una fisonomia uniforme nei due tempi: il primo è stato condotto con maggior impegno dal Bologna. Della Valle inizia la serie dei punti all'8' scagliando fulmineo in goal il pallone passatogli da Perin; Schiavio al 32' segna da tre metri districandosi fra un groviglio di avversari; ancora Della Valle al 37' e poscia Pozzi al 38'. La ripresa accresce la già abbondante messe di goals dei rosso-bleu. Un preciso passaggio di Muzzioli a Pozzi permette a questi di segnare al 6'. Al 27' Muzzioli con un tiro formidabile infila la rete di Carra, la quale è violata per l'ultima volta al 36' da Schiavio, che toglie il pallone dai piedi del portiere veronese.

domenica 7 febbraio 2016

Il Bologna Squadrone, 1936


[...] Le messi buttavan bene, la canapa, le vigne i frutteti anche: dunque il « Bologna » doveva vincere. Forza Gasperi che hai lasciato la lavanderia per commerciare la nostra frutta. Forza Perin che cuoci il nostro pane. Forza Della Valle che ci disegni le strade e i canali della bonifica. Anche le risaiole cantano la canzone del « Bologna ». E il « Bologna » vinse. Mussolini mieteva il grano di Càrpena e aveva un gran cappello di paglia. Lo Sterlino, il vecchio campo del vecchio « Bologna »: un campo erboso e in pendio ritagliato dal parco d'una villa patrizia. Fuori, sorgevano celebri trattorie popolari, punto d'obbligato passaggio per i fattori che venivano in biroccino dalla via Toscana. Plebe e aristocrazia petroniane s'incontrarono laggiù per amor del calcio; in tribuna c'era addirittura un letterato carducciano, con una coperta sui ginocchi nei pomeriggi nevosi. Erano gli anni che il professor Giuseppe Lipparini non mancava a una partita e scriveva una novella intitolata « Offside ». Se ne parlò molto al Pavaglione, davanti a Zanichelli. Studenti e operai, affratellati da un'ardente passione, veri calciatori all'antica, quelli dello Sterlino. Avevano cosce enormi, scarponi di cuoio giallo o verdino legati con stringhe bianche e attorno alla fronte un fazzoletto di bucato. Portavano in giro un glorioso paio di gambe storte, maturate dalle contusioni e gonfie di parastinchi. Entravano alla spicciolata nel campo, come in un orto, da un cancelletto di ferro. Non c'erano ancora i sottopassaggi, questi « golfi mistici » dello spettacolo sportivo, dai quali sbucano a un cenno le squadre lisce e agghindate. Le maglie di seta si contavano sulle dita di una mano; gli « avanti », sfidando l'ernia, sparavano in porta da trenta metri; una rete rotta da una pallonata fu conservata come una bandiera del '48; i tiri spioventi dei terzini eran considerati un segno di salute e un motivo di allegria. Gli arbitri poi, estrosamente vestiti, somigliavano ai velocipedisti dell'Ottocento. Dopo la partita, il « capitano », con la valigetta di fibra rossa in mano, saliva sul tram e rientrava in città al canto dell'inno sociale. Il tranviere perdeva la testa e lasciava a terra le vecchie signore. Imperavano i calciatori della Mitteleuropa. « Chi boja ed chi tudésch » (per noi, tutti i tecnici biondi provengono dalla Foresta Nera). I « tedeschi » dunque che un tempo avevan lasciato Bologna di notte, alla chetichella, con gli zoccoli dei cavalli fasciati di stracci, ci tornavano ora in casa, per la via dello Sterlino. Questa volta le scarpe fecero rumore e tirarono calci scientificamente perfetti. Ci voleva un rimedio. Giornata d'allenamento. La giacca su una spalla, il cappello in cima e il toscano in bocca, i fattori se ne vengono dalla trattoria del Ragno a vedere, anche loro, il trainer tedesco. Ohi, ragazzoli che novità è mai questa ? Invece di tirare i calci di rigore che sviluppano i muscoli e stuzzicano l'appetito, i giocatori saltano la corda, si buttano il pallone con le mani, hanno scarpette da podisti. Quest'aria da vecchio ricreatorio, questi giocherelli da signorine non persuadono. La tecnica, la tecnica ! I fattori tornarono alle briscole, scuotendo la testa. L'avvento della tecnica infatti doveva affinare lo stile e insidiare l'animo del giocatore. Si sentì parlare di compravendite e defezioni. E a Bologna ci fu il tradimento. Il centrattacco Alberti passò al « Genoa » che accettò di sottoporlo all'operazione al menisco: magico e nuovo nome nelle cronache calcistiche. Alberti tornò l'anno dopo allo Sterlino e decise la sconfitta del « Bologna ». Era troppo. Un noto « tifoso », che nei giorni feriali smerciava liquori con amabile viso, menò schiaffi con la morte nel cuore; i ragazzi piangevano come vitelli, in tribuna si gridava « Menisco, Menisco » per invitare alla calma. Di lì a poco Alberti morì. All'ingresso del campo il « tifoso » liquorista, le lacrime agli occhi e il cappello in mano, umile e pentito come una Maddalena, raccoglieva denaro per onorare il suo idolo, da lui vilipeso. Squilla la cornetta e sventola il bandierone: il « Bologna » è campione d'Italia. « Schiavio », « Schiavio », ma Schiavio, il « capitano » se ne va: ha trentun anni, gioca da quindici, i muscoli sono stanchi, l'azienda paterna lo reclama: « Angiolino », una volta campione del mondo, due volte campione d'Europa, e tre d'Italia, si ritira nel suo negozio a vender cravatte, maglie, camicie e mutande. Schiavio non è, almeno per Bologna, il solito atleta glorioso che scompare. E' un buon figliolo serio e laborioso che ha imparato a giocare fuori porta per farsi onore nel suo squadrone: e v'è riuscito. Da quindici anni Angiolino, dimenticando d'essere un signore, non fuma, non beve, non ha una domenica libera. Son quindici Pasque e quindici Natali che rinuncia ai tortellini per scender leggero sul campo. Tutto per il « Bologna », solo per il « Bologna ». Schiavio significa – anche i non sportivi lo sanno – onestà e lealtà, spirito di sacrificio, cuor generoso, fedeltà assoluta. La maglia di un tempo è rossoblù come oggi: il professionismo non l'ha macchiata. Angiolino lascia lo stadio. Per lui molti romagnoli dal cappellone canicolare rinunceranno alle gite domenicali; per lui molti soldati cesseranno di soffrire, molti ragazzi di strillare, molti maturi signori d'impallidire dall'emozione. E' un bolognese che se ne va, un po' del vecchio « Bologna » provinciale, del povero e combattivo squadrone che « tremare il mondo fa ». Senza di lui la vecchia canzone perde del suo fascino popolaresco, smorza il suo tono guascone, rivela il suo atto di nascita: giallo e ingiallito dal tempo. Dall'ufficio di Schiavio si vede nella piazzetta di Re Enzo lo stendardo rossoblù issato sul pennone nei giorni di festa. Sarà un richiamo? La cornetta sembra impazzita dalla gioia; l'odono le vedove alla Certosa e sorridono anch'esse sfiorando i garofani dal gambo troncato.

venerdì 5 febbraio 2016

Genesi del derby dell'Appenino


I primi approcci del Bologna con il calcio fiorentino avvennero negli anni Dieci del secolo scorso: il primo avversario dei rosso-blu fu il Firenze FC, club fondato nel 1908 – maglia bianco-gigliata – che aveva il suo campo di gioco al Prato del Quercione (nel parco delle Cascine di Firenze). La sfida, una partita amichevole giocata l'11 aprile del 1912 al campo della Cesoia, fuori Porta San Vitale, vide i bolognesi affermarsi per 3-1. Era il Bologna di Arrigo Gradi e Antonio Bernabeu, di Guido Della Valle e Natalio Rivas. L'anno successivo si replicò, sempre in amichevole: vittoria bolognese per 8-1 il 6 aprile 1913, e rivincita fiorentina per 6-1 il 25 maggio 1913, contro un Bologna notevolmente rimaneggiato. L'11 aprile 1915, in amichevole allo Sterlino, il nuovo campo del Bologna fuori Porta Santo Stefano, fu il turno della PGF Libertas Firenze, squadra di Prima Categoria fondata nel 1912 che disputava anch'essa le partite casalinghe al Prato del Quercione. I fiorentini, in maglia rossa, furono liquidati con un perentorio 8-0, con quattro reti per tempo. Rivincita ancora allo Sterlino, l'8 ottobre 1916, durante la sosta bellica dei campionati: 8-1 per il Bologna, che scese in campo con questa formazione: Gianese; Busi, Frigeri; Vicini, Badini I, Sala Rosa; Della Valle II, Pifferi, Della Valle III, Badini II, Alberti.

Primo dopoguerra


Dopo la I G. M. salirono prepotentemente alla ribalta il Livorno di Mario Magnozzi e il Pisa di un giovanissimo Mario Gianni, squadre che vinsero il torneo centro-meridionale nel 1920 e nel 1921 e si guadagnarono la finale nazionale per lo scudetto contro Inter e Pro Vercelli. Il Bologna, che nel frattempo aveva raggiunto per due volte la finale di Lega Nord e si apprestava a vincere il suo primo scudetto, ospitò di nuovo in amichevole allo Sterlino i bianco-rossi della Libertas Firenze, il 22 marzo 1925: 5-0 per i rosso-blu guidati dal 'mago' austriaco Hermann Felsner. Era chiaro che il calcio fiorentino era ormai poca cosa, subalterno in Toscana rispetto a Livorno e Pisa, squadre nel primo lustro degli anni Venti stabilmente ad alti livelli e ricche di grandi giocatori. Fu così che nell'agosto del 1926, dalla fusione tra Libertas Firenze e CS Firenze (altro club cittadino che nel 1915 aveva assorbito il Firenze FC), nacque l'AC Firenze, rinominata "Associazione Fiorentina del Calcio" e nel 1927 AC Fiorentina, maglia a quarti bianco-rossa con giglio e dal 1929 di colore viola. Il primo match a Bologna tra i rosso-blu e la giovane Fiorentina, si giocò al Littoriale il 21 aprile 1929 e terminò con un netto successo bolognese: 3-0, con reti di Bernardo Perin, Giuseppe Della Valle e Gastone Baldi. All'andata, il 25 novembre 1928, nel campo di via Bellini, venne disputato il primo incontro ufficiale tra le due squadre: Fiorentina - Bologna 2-3, con tripletta di uno scatenato Angelo Schiavio e reti viola di Bandini e Meucci. A fine stagione il Bologna si laureò campione d'Italia per la seconda volta nella storia, mentre la Fiorentina si piazzò al 16° posto e venne retrocessa nella prima edizione della Serie B. Fu l'inizio di una grande rivalità, spesso teatro di duri scontri tra le due tifoserie, che ancora oggi mantiene inalterato tutto il suo fascino d'antan.

giovedì 28 gennaio 2016

Bologna - SampDoria, rivalità antica ma "giovane" allo stesso tempo


Il primo incontro tra il Bologna e l'altra metà di Genova che non tifa Grifone, risale al doppio confronto del campionato di Prima Categoria 1919-20 (massima serie) contro l'Andrea Doria: i doriani, maglia a quarti bianco-blu con blasone cittadino cucito sul petto, vennero sconfitti nell'inospitale e angusto campo di via Clavarezza, la mitica "Cajenna" – che sorgeva dove ora è edificata la gradinata Nord del tifo genoano –, per 1-4, con doppietta di Emilio Badini e una rete a testa per Giuseppe Della Valle e Bernardo Perin. Era l'8 febbraio 1920. Due mesi dopo si replicò allo Sterlino: 2-0 per i rosso-blu con due reti di Pietro Genovesi. Era l'Andrea Doria di Luigi Burlando, grande centromediano originario del capoluogo ligure, atleta che eccelleva ad alto livello in diverse discipline, dalla pallanuoto alla savate, la boxe francese molto in voga durante la Belle Époque. Nel secondo dopoguerra, le prime partite giocate contro la neonata SampDoria, dopo la fusione avvenuta nel 1946 tra Sampierdarenese e Andrea Doria, videro nuovamente il Bologna affermarsi sia a Marassi (0-1, rete di Ferruccio Valcareggi) che al Comunale per 2-0, con reti di Taiti e Cappello. Proprio il funambolico Gino Cappello – nella foto in alto a destra in splendida acrobazia – fu spesso protagonista di quei primi confronti, a volte anche molto accesi, contro i blucerchiati della Superba. La rivalità tra le due squadre e tifoserie si inasprì nuovamente a fine anni '70 e '90, quando il Bologna inflisse un doppio dispiacere alla Samp. Partite sentite quindi, con un passato che richiama anche alla cessione di Roberto Mancini, il grande rimpianto di una generazione di tifosi bolognesi.

domenica 17 gennaio 2016

Quando Bologna - Lazio si giocava in serie B



Mentre la Nazionale di Bearzot si laureava campione in Spagna e il campionato italiano diventava il più bello del mondo, due squadre storiche e gloriose della serie A vivevano l'oblio della cadetteria: la Lazio, che già negli anni Venti e Sessanta aveva vissuto l'amarezza della retrocessione, vivacchiava ormai dall'inizio degli anni '80 in serie B: retrocessa a tavolino nel 1980 per il calcioscommesse, e poi sul campo nel 1985, faticava a rientrare in pianta stabile nella mass
ima serie. Il Bologna invece affrontava il dramma sportivo della sua prima storica retrocessione: già sfiorata la B diverse volte a fine anni '70, la condanna senza appello arrivò nel 1982: dopo un campionato dalle tante vicissitudini negative, con tanto di presidente finito in carcere a Ferrara e un finale di stagione con la solita compravendita di partite (Napoli - Genoa su tutte, con l'incredibile "passaggio" di mano direttamente in calcio d'angolo di Castellini a favore del grifone e dal quale scaturì poi il gol salvezza genoano di Faccenda, fu uno scandalo in tal senso) che questa volta giocò a sfavore dei rosso-blu felsinei, il Bologna finì mestamente (e meritatamente) in B per la prima volta nella storia, tra le lacrime dei tantissimi tifosi che seguirono la squadra nell'ultimo match ad Ascoli. Fu così che le due squadre si ritrovarono e si incontrarono per una prima e inedita sfida in serie B nel campionato 1985-86: vittoria del Bologna all'andata per 1-0 con rete di Pradella e pareggio per 0-0 nella partita di ritorno all'Olimpico, con una Lazio che schierava gli ex Fabio Poli e Giuliano "Fiore" Fiorini. Furono anni e sfide in cadetteria che però avevano sempre un piacevolissimo sapore di serie A: grande pubblico, grande tifo, trasferte di massa e spesso anche diversi problemi di ordine pubblico tra le tifoserie fuori dal terreno di gioco: domeniche di grande atmosfera e passione, poco importava la categoria. Nel 1987-88, l'anno del brillantissimo Bologna di Gigi Maifredi che diede spettacolo di gioco nel campionato cadetto, entrambe le squadre ritrovarono finalmente l'agognata serie A (i rosso-blu dopo cinque lunghi anni di B e uno di serie C1...): il Bologna arrivò al primo posto al termine di un campionato giocato in maniera strepitosa, mentre la Lazio agganciò la terza posizione utile per la promozione. Bologna - Lazio, una sfida mai banale.

Bologna e Lazio di fronte per un tuffo nel passato.

Da L'Unità, 15 settembre 1985.

La serie «B» mette nel piatto dello spettacolo alcune partite di cartello per buongustai. Inziamo subito con Bologna - Lazio, incontro tra due «stars» intenzionate a risalire la china. I locali di Mazzone sono animati da autentico furore. Si tratta di cancellare il pessimo debutto (sconfitta patita contro il Pescara) e di ribadire le proprie ambizioni dinnanzi ad una squadra indicata come la favorita del torneo. La Lazio domenica scorsa all'Olimpico ha fatto subito vedere di essere avviata a rispettare il ruolo di protagonista assegnatogli alla vigilia. La tifoseria sembra già «calda» al punto giusto, considerata la ressa di gente che accompagna le sedute di allenamento della squadra di Simoni.

La Lazio battuta a Bologna.

I tifosi fan volare il Bologna

Trentamila sugli spalti per la partita con la Lazio, grandi incitamenti come ai vecchi tempi della «A» - Spettacolare gol di Pradella, applausi scroscianti per Marocchino.

di ENZO MASI

BOLOGNA, lunedì 16 settembre 1985 — Dopo lo sgambetto di Pescara il Bologna si rimette al passo a spese di una «vedette». Trafigge la Lazio con uno spettacolare gol di testa dell'ottimo Pradella, dopo un quarto d'ora; avvalora il vantaggio con un gioco concreto e razionale fino al riposo; difende lo stesso vantaggio nella ripresa, a tratti con leggero affanno ma con rari rischi, inevitabili quando si gioca di rimessa: l'ultimo, proprio a 2' dal termine, per un forte fendente di Caso (ben servito da Poli) che accarezza, a portiere battuto, la traversa. Un tempo per parte, dunque; ma successo meritato della squadra di casa che nel primo tiene saldamente le redini e nel secondo contiene efficacemente la costante ma non irresistibile pressione laziale vanificandola a qualche metro dall'area. Gli azzurri perdono la battaglia a centrocampo (dove si gioca a zona: Gazzaneo, De Vecchi, Nicolini contro Vinazzani, Caso, Magnocavallo, con cambio di marcature) poi non sanno approfittare delle piccole ingenuità di giovani terzini rossoblu, come Luppi, nella ripresa. Ma Ottoni appare impeccabile regista della retroguardia, prima annullando Fiorini, lunatico e pasticcione, poi tenendo a bada Poli, senz'altro il più ficcante e insidioso della Lazio, mentre Garlini appare dispersivo concentrandosi solo nell'ultimo quarto d'ora.

Pradella migliore in campo

Il Bologna è brioso e manovriero in avanti, ben disposto a centrocampo con Gazzaneo e De Vecchi costanti punti di riferimento: il primo con un oscuro lavoro di raccordo e di rilancio, il secondo con una svelta regia senza fronzoli. Svetta tuttavia l'attaccante Pradella, il migliore con Nicolini, instancabile in fase di interdizione e anche con Marocchino davvero positivo, applaudito a scena aperta quando esce al 70'. Il centravanti chiama Malgioglio a due grandi parate prima di azzeccare l'incornata giusta; ma è sempre una mina vagante nella difesa laziale anche quando, nel secondo tempo, resta il solo attaccante. Pradella appare volitivo e grintoso pure in fase di alleggerimento; subisce anche un'ammonizione come Gazzaneo, Lancini e Galbiati. L'ex granata è bravo e generoso. I portieri se la cavano bene: Malgioglio è battuto da un tiro a fil di palo, ma prima si esibisce più volte sullo stesso autore, Pradella; Zinetti interviene sul finire del primo tempo, al 41' su tiro da lontano, a sorpresa, di Calisti, al 44' con una bella uscita a pugni chiusi. Registriamo anche un paio di errori per parte: Marocchi all'11' non sfrutta un pallone rubato, in un duello volante con Malgioglio, da Pradella, sparando a lato; Galbiati ai 58', su respinta della difesa, sbaglia lo specchio da posizione favorevole. Per concludere la partita è sufficientemente apprezzata dai trentamila sugli spalti (213 milioni dincasso, tifo rossoblu come al vecchi tempi) che, prima del fischio, hanno applaudito un'altra squadra di casa, la Beca Baseball, recente vincitrice della Coppa dei Campioni. 

Campionato di Serie B 1985-1986, 2^ giornata.
Bologna, domenica 15 settembre 1985, Stadio Renato Dall'Ara.
BOLOGNA - LAZIO 1-0 (1-0)
BOLOGNA: Zinetti, Lancini, Luppi, Quaggiotto, Ottoni, Nicolini, Marocchino [Bellotto dal 24' st], De Vecchi (cap.), Pradella, Gazzaneo, G. Marocchi [Piangerelli dal 44' st]. A disposizione: Cavalieri, Baldisserri, Bellotto, Piangerelli, Marronaro. — All. Carlo Mazzone.
LAZIO: Malgioglio, Podavini (cap.), Calisti, Galbiati, Filisetti [Fonte dal 28' st], Magnocavallo, Poli, Vinazzani, Fiorini, Caso, Garlini. A disposizione: Ielpo, Calcaterra, Spinozzi, Toti. — All. Luigi Simoni.
Marcatori: Pradella 15' pt
Arbitro: Lamorgese (Potenza).
Ammoniti: Pradella, Gazzaneo, Lancini e Galbiati.
Spettatori: 22.322 paganti per 213.800.000 lire più 4.088 abbonati per una quota partita di £. 40.126.875. Note: giornata estiva, terreno in perfette condizioni. Circa 200 tifosi laziali in curva San Luca.

giovedì 7 gennaio 2016

Milan - Bologna 0-8, 1922 - La vittoria esterna con più ampio scarto della storia rosso-blu



Terza vittoria del BFC a Milano-Milan negli ultimi undici anni – che non sono nemmeno poche, considerando le miserie societarie prima dell'avvento di Joey Saputo. Forse non tutti sanno che la vittoria in trasferta con più ampio scarto nella storia, il Bologna la colse proprio a Milano contro il Milan, il 5 novembre 1922, per 0-8, con 5 reti di uno scatenato Giuseppe Della Valle e 3 di Cesare Alberti, formidabile e sfortunato campione di S. Giorgio di Piano. Era il Bologna che Hermann Felsner stava plasmando pazientemente, e che dopo la mancata vittoria in finale contro la Pro Vercelli nel 1921, si apprestava a conquistare altre tre finali di Lega Nord consecutive, il secondo posto del 1927, e gli scudetti del 1925 e 1929. Ma torniamo ai protagonisti di quella partita memorabile: Alberti, cresciuto nei 'Boys' rosso-blu e destinato a una sfolgorante carriera sia nel Bologna che in Nazionale, ebbe in dote una sorte davvero avversa: prima un infortunio al menisco che lo tenne fuori dai campi di gioco per due campionati, poi l'incredibile e assurda morte prematura nel 1926, proprio quando era rinato calcisticamente nel Genoa. Cesare Alberti, soprannominato "Mimmo" o "il mister", era il fratello minore di Guido Alberti, giocatore del Bologna dal 1912 al 1915, ottimo elemento che nei rosso-blu venne impiegato come mediano ma all'occorrenza anche come attaccante – scomparso anch'esso giovanissimo a soli 21 anni, durante la Grande Guerra. "Mimmo", velocissimo attaccante che poteva giocare indifferentemente come interno o centravanti, era un finissimo palleggiatore e un realizzatore spietato. Si infortunò durante Cremonese - Bologna 3-0 del 12 novembre 1922, in seguito ad un calcione ricevuto al ginocchio. Rimase fermo un mese, rientrò il 10 dicembre del 1922 a Tortona contro il Derthona, ma dovette abbandonare il campo per il dolore. La diagnosi non lasciò scampo: rottura del menisco, che a quei tempi, almeno in Italia, significava fine della carriera. Il Bologna gli concesse la lista gratuita e per  due anni non calcò i campi di gioco. Solo nel 1924, dopo essere stato operato con successo al menisco dal professor Federico Drago del San Martino di Genova, Alberti scese di nuovo in campo, ma questa volta con la maglia del Genoa, che nel frattempo lo aveva tesserato tra le proprie file: era il 19 ottobre 1924, terza giornata di campionato, Genoa - Hellas Verona 3-0, con doppietta proprio del redivivo Cesare. 

Genova, 19 Ottobre 1924 - Marassi, Campo del Genoa di via del Piano
GENOA - HELLAS VERONA  3 - 0   (0 - 0)
Reti: 69' Moruzzi, 86' e 90' Alberti
GENOA: De Prà, Bellini, De Vecchi, Costella, Barbieri, Leale, Neri, Catto, Alberti, Moruzzi, Bergamino I. Allenatore: Garbutt
HELLAS VERONA: Carra I, Zuppini, Bosio, Cavalieri, Carra II, Molnar, Recchia, Ferrais, Castiglioni, Chiecchi II, Levratto. All. Molnar.
Arbitro: Grossi di Milano

La Stampa Sportiva - A.21 (1922) n. 46, novembre

A Milano il Milan ha subito un disastro pel opera del Bologna. Otto goals-a zero indicano il non valore dimostrato dai rosso e neri e rincresce davvero vedere una quadra tanto gloriosa nel passato sempre, anche negli anni meno lieti, precipitare così. Manca ad essa squadra affiatamento, allenamento, tutto insomma, ma, sopra ogni cosa, parmi manchi una volontà ferma che la diriga.

Da "La Gazzetta dello Sport" del 6 novembre 1922

Bologna batte Milan 8-0

Milano, 5 novembre


L'elegante ground dei rossoneri aveva oggi una fitta cornice di pubblico accorso un po' per vedere il Bologna, uno dei leader del girone B, e un po' anche con la segreta speranza che i milanisti ottenessero una bella affermazione la quale indicasse la rinascita dello squadrone cittadino così carico di tradizioni, e che segnasse pure la resurrezione del foot-ball in Lombardia. Invece quali e quante delusioni! L'edificio immaginario che ognuno di noi si era costruito, è caduto sotto i colpi di maglio (e furono ben otto) dei forti campioni dell'Emilia, tanto che a metà del secondo tempo il pubblico deluso ha abbandonato il campo. Il perché del grave e grande «score?». Basta avere assistito all'incontro per rendersi ragione di quanto è avvenuto. I milanisti dopo una prima schermaglia briosa e vivace si sono lasciati travolgere per mancanza di coesione fra linea e linea e affiatamento fra uomo e uomo. Qualche buona occasione iniziale fu mancata in pieno dal Milan per indecisione e i milanisti ottennero anzi nel primo tempo quattro corner; poi il Bologna ha assaltato la porta del Milan ed ha segnato due punti nel primo tempo e 6 nel secondo. «Geppe» Della Valle, Alberti, Baldi e Genovesi hanno grandeggiato in campo. I primi 35 minuti videro il Milan giocare con brio e resistere bene; poi è venuto il crollo e il match ha perso ogni interesse. Per la cronaca diremo che i due primi punti del primo tempo furono segnati da Della Valle, uno al 4° e l'altro al 41° minuto, su corner. Nel secondo tempo 4 punti li segnò ancora «Geppe» all'8, 21, 26, 27 minuto, e due Alberti al 37° e 44° minuto. Il Bologna mancò di Perin perché ammalato. Al 34° minuto l'arbitro ha espulso dal campo Corsi del Milan.

Girone B - 4^ giornata
Milano, domenica 5 novembre 1922, Campo di Viale Lombardia
MILAN - BOLOGNA 0-8 (0-2) 
MILAN: Norsa; Bronzini, Allievi; De Franceschini I, Soldera I, Soldati Er; Morandi, Santagostino, Papa III, Corsi, Ballarin - All.: Soldera.
BOLOGNA: Gianese; Modoni, Rossi; Genovesi, Baldi, Pilati; Rubini, Della Valle III, Alberti, Baccilieri, Pozzi - All.: H. Felsner
Marcatori: 4', 41', 53', 61' e 72' Della Valle III, 56', 82' e 89' Alberti.
Arbitro: Brunetti di Torino

martedì 15 dicembre 2015

Genoa - Bologna ha più di 100 anni. 17 marzo 1912-12 dicembre 2015



Genoa - Bologna ha più di 100 anni. Il primo match tra i due club fu giocato sul Campo di via del Piano – l'attuale stadio Luigi Ferraris, a Marassi – il 17 marzo 1912, partita amichevole terminata 4-1 in favore del grifone. Il giovane Bologna era alla sua terza stagione sportiva ufficiale, ed era reduce da una scintillante affermazione sull'Inter di Aebi per 3-0, sempre in amichevole sul campo della Cesoia, fuori porta San Vitale. Era il Bologna di Guido Della Valle e Anton
io Bernabeu, di Arrigo Gradi e Natalio Rivas. Il Genoa invece era già una grande squadra: fondato nel 1893 era alla sua quindicesima stagione ufficiale dal 1898 e poteva vantare 6 titoli di campione d'Italia. Tra le sue fila militavano giocatori di assoluto valore, come il portiere svizzero Surdez e l'inglese Miller. Solamente dopo la prima guerra mondiale, con l'arrivo di Hermann Felsner, la rivalità tra i due club divenne una tra le più sentite e cruente del campionato: il 17 aprile del 1921 il Bologna sbancò Marassi per la prima volta, con reti di Bernardo Perin e Giuseppe Della Valle, e disputò la prima finale di Lega Nord nella sua storia, persa per 2-1 dopo i tempi supplementari a oltranza contro la Pro Vercelli, tra mille polemiche per un gol irregolare di Rampini.


I matches di domenica scorsa in Italia.


Da "La Stampa Sportiva" n° 12 del 24 marzo 1912.


A Genova, ospite del Genoa Club, giuocò contro la prima squadra di questa società quella del F. C. Bologna. I bolognesi, dopo il vittorioso incontro della domenica antecedente col F. C. Internazionale, avevano suscitato nell'ambiente genovese un'attesa che fu... inferiore all'aspettiva ! Mancò a questa squadra il completo sostegno della linea mediana, e gli avanti, quantunque ottimamente disciplinati, non riuscirono mai a condurre a fondo l'attacco. Unica preoccupazione degli avanti era quella di mantenersi in linea oltre la metà del campo, senza però saper trarre vantaggio dei momenti opportuni e discendere compatti alla rete di Surdez. Della difesa estrema ottimo il Malfatti e assai bravo il portiere Guardigli. La squadra genovese giuocò svogliatamente e con poco impegno. Non di meno l'azione si è svolta preponderantemente sulla metà bolognese la quale ha potuto segnare l'unico goal in una melée provocata in seguito a un corner. Il Genoa si assicurò quattro goals chiudendo la partita con quattro a uno. I punti a favore del Genoa furono segnati rispettivamente da Murphy, su penalty di Crocco II, da Maranghi e da Miller. Ottimo come sempre Roberts, meravigliosi nei colpi di testa Miller e Dearden.

martedì 10 novembre 2015

Emilio Badini — Primo giocatore del Bologna convocato in Nazionale


Con la recente convocazione di Emanuele Giaccherini in Nazionale A, e quella di Alex Ferrari e Adam Masina nell'Under 21, il totale di giocatori rosso-blu convocati in azzurro sale a 92, tra Nazionale A, B (Under 23), e Giovanile (Under 21). Traguardo prestigioso di un rapporto cominciato nel lontano 1920, con la convocazione di Emilio Badini, primo calciatore del Bologna chiamato a vestire la maglia della Nazionale in occasione delle Olimpiadi di Anversa. Badini II, fratello minore di Ángel – capostipite di una dinastia di calciatori che indossarono tutti la maglia del Bologna (Emilio, Cesar e Augusto, detto «Nene»), a cui fu intitolato il vecchio campo dello Sterlino –, fu un celebre attaccante italo-argentino cresciuto a Rosario, nella provincia di Santa Fe. Rosario, la ciudad del fútbol, di Lionel Messi ed Ernesto Guevara, del Newell's Old Boys e del Rosario Central. E soprattutto del Club Atlético Sparta. Fondato nel 1905, maglia a strisce bianco-nere, fu il club chico rosarino in cui crebbero calcisticamente Ángel ed Emilio Badini. Quest'ultimo, soprannominato «Fanfarillo», era famoso per la sua fisicità e abilità tecnica di tipico stampo sudamericano, e per la grande potenza di tiro, che spesso sfruttava addirittura da calcio d'angolo. Furoreggiò in maglia rosso-blu tra il 1913 e il 1920, anno in cui la sua carriera fu stroncata sul più bello, dopo un duro scontro di gioco con il terzino Lorenzo Modulo sul campo del Padova, il 26 settembre 1920. Rientrò solo l'anno successivo con la maglia della Spal e poi passò alla Virtus Bologna, sempre in massima serie, ma si rese conto di non essere più il giocatore di prima. Si ritirò definitivamente a soli 24 anni. Rimase socio del Bologna, anche dopo la seconda guerra mondiale. Morì a soli 53 anni, il 5 agosto 1956. 


lunedì 13 luglio 2015

Ricordo di Francesco Randon


Un ricordo di Francesco Randon, 177 presenze e 11 gol nel Bologna, dal 1952-53 al 1958-59. Sotto ritratto al Camp Nou di Barcelona assieme al capitano blau-grana Joan Segarra in occasione di Barcelona - Bologna 2-2 del 19 marzo 1958. Suo fu il gol del pareggio rosso-blu dopo il vantaggio di Evaristo.

Barcelona, 19 marzo 1958, ore 12:00 - Estadi del Futbol Club Barcelona
Barcelona - Bologna 2-2 (1-0). 

Bologna FC: Giorcelli; Rota, Capra; Bodi, Greco, Gasperi; Cervellati, Maschio, Pivatelli, Vukas, Randon (cap.). — All. Béla Sárosi. 
FC Barcelona: Estrems (Goicolea); Olivella, Brugué; Segarra (cap.), Vergés, Ribelles; Basora, Villaverde, Martínez, Evaristo (Kaszas), Czibor. — All. Helenio Herrera. 
Arbitro: José Bielsa Naval. 
Marcatori: Evaristo 38' primo tempo; Randon 11', Kaszas 27', Pivatelli 43' del secondo tempo.
Spettatori: 70 mila circa.


venerdì 13 giugno 2014

Gino Villani



Gino Villani, capo riconosciuto dei tifosi rossoblu. Villani era un personaggio caratteristico della vita bolognese, non soltanto calcistica. Buontempone, arguto e frizzante, sempre pronto alla battuta, incarnava lo spirito petroniano cosi bene simbolizzato dalla maschera cittadina, il « dottor Balanzone ». Proprietario di un'avviata merceria in pieno centro, a pochi passi dal « Nettuno » e dal grande negozio di Schiavio, era stato ed era grande amico del popolarissimo Angiolino, bolognese autentico. Fin dai tempi di Schiavio, ossia dall'anteguerra, la voce di Villani, tenorile, potente, addirittura stentorea, si levava all'improvviso dagli spalti, nel momenti di silenzio. Il suo « alè alè, Forza Bologna ! », scandito con la tipica cadenza petroniana, era divenuto un grido di battaglia echeggiante nei periodi felici e in quelli cupi, dalla gradinata centrale, sotto la torre di Maratona: non aveva mai voluto abbandonare questo posto da oltre quarant'anni, nonostante i vari presidenti, coi quali non sempre andava d'accordo, gli riservassero una poltrona nella tribuna centrale.

Il tifo di ieri

L'epopea del Bar Otello

di Adalberto Bortolotti

Il Bar Otello fu il centro delle ricorrenti contestazioni, per un Bologna che non riusciva a ripetere l'età dell'oro, ma anche la trincea sulla quale tutta Bologna arroccò nei giorni del doping. La resistenza alla Lega lombarda, come era definito il governo del calcio controllato dalla potente Milano, trovò proprio nel Bar Otello il suo fortino. Tempi di tifosi illustri, veri capipopolo. Come Gino Villani, che vendeva aghi e cordelle nella sua merceria di via Fossalta, ed era il re della Torre di Maratona, da dove il suo megafono scandiva i tempi del tifo. Celebre il saluto a Bulgarelli: "Onorevole Giacomino, salute!", cui Giacomo rispondeva con un inchino dal centro del campo e solo allora, dopo quel rito, la partita poteva cominciare. Villani era un attore nato, il suo capolavoro era una messa cantata, e profana, in purissimo dialetto bolognese, che trascinava al delirio. Era popolare e rispettato su tutti i campi, dove il suo arrivo, al comando di una variopinta brigata, veniva salutato con grande simpatia. Villani era un tifoso indipendente e si impegnò anche in accese contestazioni.

Gino Villani

di C.F. Chiesa

Il tifoso storico del Bologna, che ne ha accompagnato settant’anni di vita, diventando il simbolo della classica passione rossoblù, in cui l’amore per la squadra si fonde con tipiche caratteristiche della “bolognesità”: ironia, gusto della polemica, spirito goliardico, tempra ostinata. Cominciò a seguire la squadra quando contava sette anni e il Bologna giocava sul campo della Cesoia: da allora, come amava ricordare con orgoglio, aveva perso nella sua vita solo pochissime partite del Bologna, esattamente nel periodo di convalescenza per una frattura a una gamba. Anche durante l’età dell’oro del Bologna, nel periodo tra le due guerre, Villani riusciva, nonostante mezzi economici limitatissimi, a seguire il Bologna in trasferta, con altri due fedelissimi: il professor Aldo Carboni e il dottor Marcello Zanetti. Poi, il suo attivismo coronò un antico sogno. Si fa infatti risalire a lui, in coppia con Otello, l’organizzazione dei treni speciali. Accadde nel dopoguerra, quando, grazie a un accordo con le ferrovie, nacquero le “trasferte rossoblù”: «Fummo i primi in Italia» ricordava, «poi tutti ci hanno imitato». Non era esatto: impossibile infatti imitare quelle autentiche rappresentazioni teatrali da commedia dell’arte che andavano in scena sui treni speciali rossoblù, veri e propri carri di Tespi di sceneggiate di ogni genere messe in atto dalla sua inesauribile vena di comiziante, attore e incantapopolo. Gli dava manforte, dipingendo i fantastici cartelloni che ornavano i convogli e le illustrazioni delle pergamene che commentavano le vicende calcistiche del Bologna, l’amico Pinotti. I testi di filastrocche e zirudele varie, ovviamente, erano dello stesso Gino. Nella vita di tutti i giorni lavorava in un piccolo negozio di merceria in pieno centro. Dagli anni Sessanta, un segno distintivo inconfondibile si aggiunse al personaggio: essendogli calata la tonitruante voce, prese ad amplificarla adeguatamente con un megafono. Da quello, dalla sua postazione fissa allo stadio sotto la torre di Maratona, per oltre un decennio prima di ogni partita si udiva il suo saluto a Bulgarelli: «Onorevole Giacomino, salute!». Senza il quale, inutile dirlo, l’arbitro non si sarebbe sentito autorizzato a fischiare l’inizio del match. La stagione del settimo scudetto, 1963-64, lo vide in prima fila nelle manifestazioni contro la “congiura” dei poteri milanesi. Nei giorni successivi alla conquista dell’Olimpico, Villani fece stampare etichette da applicare a una serie di bottiglie di vino; la scritta diceva: “Albana scudetto – imbottigliato, come l’Inter, il 7 giugno 1964”. Poi, Villani si ammalò e il suo megafono tacque. Morì di un male incurabile il 16 ottobre 1977.

Alè Alè, Bologna !!

di Gino Villani

Non esagero col dire che da quarant'anni sto facendo il tifo per il nostro glorioso «Bologna », È un tifo, diremo così, fattivo, trattandosi di grida, incitamenti e battaglie qualche volta somiglianti a quelle vere, perché il pericolo di prendere, non solo legnate ma anche revolverate, è senz'altro esistito, con particolare riferimento agli anni più remoti. Feci il mio debutto (ero alto una spanna e in pantaloni corti) nientemeno che al Campo della Cesoia, fuori di Porta San Vitale, al lontano crearsi delle irriducibili contese fra i rossoblu di Gradi e il Modena di Raffaldini (un portiere allora famoso e vera colonna dei canarini). Nel primo dopoguerra, quando il nostro squadrone stava assumendo il ruolo di vedetta di classifica, si costituì quello scapigliato gruppetto di tifosi petroniani che per decenni incitò i rosso blu, non solo nelle partite di casa, ma li seguì in ogni angolo d'Italia. Questo complesso di patitissimi ventenni era formato dal sottoscritto, da Marcello Zanetti (ora dottore in agra­ria), Aldo Carboni, oggi noto scenografo e regista, Caprara, divenuto commendatore, Romagnoli, Giordani Piero, Rinaldi, Pesci Giorgio e il buon Venturi, suonato re di cornetta, dal quale istrumento partivano acutissimi squilli ad ogni gol dei nostri, e le note trionfali della marcia dell'Aida a fine partita vittoriosa. Scanzonata bohème era la nostra, che ci faceva spesso prendere il treno in completa bolletta, per cui si escogitavano cento sistemi onde sfuggire alle grinfie degli arcigni controllori. Molte volte ci affidavamo alla collaborazione di amici tifosi che ci nascondevano compiacenti sotto un cumulo di pellicce e cappotti, mentre loro tranquilli e indifferenti, giocavano una partita a carte sulle nostre schiene, accompagnando il liscio e il busso del « tresette » con manate di inaudita violenza, proprio nel momento che il gallonato del « vaporal servizio » disimpegnava la sua funzione perforante di controllo. L'ingresso agli stadi ci preoccupava relativamente. Una volta entrammo consegnando certi tagliandini verdolini che altro non erano se non la reclàme del Callifugo Zannoni « che fa scomparire calli e duroni » e che il nostro imperterrito atteggiamento aveva trasformato agli occhi della « maschera », in autentici biglietti di tribuna! Nei così detti treni speciali tutti, amici e conoscenti, recavano abbondanti provviste alimentari che sarebbero poi state divise fraternamente durante il viaggio.

« Il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa! ».

Da parte nostra contribuivamo invariabilmente con fagioli lessati, avvolti in carta da giornale, che erano così bene accetti e tanto richiesti da costituire una preziosa merce di scambio con salame, pollo, formaggio, ecc. senza limite di quantità. E quindi « alé! alé! » sugli spalti, lanciati tra gli sguardi esterrefatti e minacciosi degli indigeni, e quali cori uscivano dai nostri petti: « Il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa! ». Gli avversari sfogavano la loro gioia o amarezza in cento modi, oltre le contumelie, il pugilato, ecc. A Bari, in questo ultimo dopoguerra, perdemmo malauguratamente per 1 a 0 (gol segnatoci da Spadavecchia). Ebbene i baresi non contenti di averci battuti, ad una sosta per rifornimento, misero acqua sporca anzichè benzina nel serbatoio del torpedone che ci riportava a Bologna. A un certo momento, quindi, il motore si spense e noi tutti dovemmo spingere a forza di braccia l'automezzo per le dure balze d'Abruzzo, in una notte di vento e di freddo cane, finchè non raggiungemmo il più vicino e neutrale benzinaro. Un'altra iniziativa allo scopo di coprire delle spese, era quella di dare spettacolo per le vie della città dove il Bologna giocava, con una serie di umoristiche trovate che facevano sbellicare dalle risa i passanti, ai quali poi si chiedeva un grazioso e volontario obolo, il cui ammontare spesso superava le nostre più rosee previsioni.

A Roma, spareggio scudetto contro il Torino, 1929.

Ricordo che in occasione dell'andata a Roma per la finalissima del Campionato 1928-29 fra il « Bologna e il Torino », nella Galleria della città Eterna demmo tali prove di umorismo, che si presentò un tizio ad offrirci insistentemente la scrittura per un avanspettacolo, e un distinto signore, che poi apprendemmo essere il Quadriumviro Michele Bianchi, si rallegrò vivamente con noi. In quella famosa finalissima, al fulmineo gol di Muzzioli che ci dette la vittoria e il secondo scudetto, io ebbi un tale slancio di gioia, che giunsi perfino ad abbracciare replicatamente una giovane signora seduta al mio fianco, sotto gli occhi esterefatti del marito! Sempre in questa occasione, i rossoblu vennero ricevuti li Villa Torlonia; io, in costume da corsaro e Carboni nei panni di un contadino della bassa, li seguimmo, arrestandoci poi ad attendere in giardino. Ma un certo signore, allora Presidente del Consiglio, ci vide dalla finestra: rise e volle che anche noi partecipassimo al rinfresco. Quanti aneddoti! Non finirei di raccontare. A Padova, dopo una nostra clamorosa vittoria, fui inseguito fino al centro della città da una turba di scalmanati inferociti, riuscendo però a confondermi fra la folla e ad entrare al Caffè Pedrocchi, dove sedetti come un imperturbabile cliente abituale. All'Arena di Milano, dopo una partita vinta sull'Inter, i tifosi ambrosiani volevano addirittura la testa del terzino Gasperi; e non vi dico come cercammo di difendere il nostro bravo e simpatico Gisto, addirittura assediato da un centinaio di energumeni.

Con Otello.

Da anni si era poi aggiunto al gruppetto degli accesissimi Otello Montanari, il celeberrimo proprietario del Bar omonimo col non meno celebre bandierone rosso blu. A Genova, dove vincemmo con tre gol spettacolari di Puricelli, i tifosi genoani erano intenzionati a lasciarci un ricordo indelebile, bloccandoci senza scampo in un angolo della Galleria Mazzini. Ma, per nostra fortuna trovammo un agente di polizia romagnalo, che non solo riuscì a toglierci dalla criticissima situazione, ma anche a convincere gli scalmanati avversari sull'amore verso il prossimo, tanto che essi fini- ono per accompagnarci in giro turistico per la città. A Torino nella famigerata partita con Juventus, perduta per 3 a 2 (arbitro Lenti e acqua a catinelle) montammo su di una vettura tramviaria e riuscimmo a farci largo fra i passeggeri, indicando al bigliettaio, quale pagutore della comitiva, uno sconosciuto austero signore con la barba, che si trovava casualmente dietro di noi. Lo credereste?: il barbuto personaggio stette allo scherzo e pagò. Ricordo un piacevole episodio avvenuto nel ritorno in torpedone da Milano, dopo una clamorosa vittoria sull'Inter. Era con noi il comm. Dall'Ara. Facemmo sosta a Parma, i cui abitanti hanno sempre dimostrato tifo entusiastico per lo squadrone rossoblu, da loro considerato la gloria del calcio emiliano. Quella sera in Piazza Garibaldi ricevemmo una memorabile dimostrazione d'affetto, tanto che mi improvvisai oratore, e con voce tonante buttai fuori alla brava un faceto discorso politico-sportivo, accolto da fragorosi applausi.

Sceneggiata bolognese a Napoli !

Al ritorno da certe partite infuocate, spesso giungevamo alla stazione, dopo una disperata fuga, perdendo per strada perfino le scarpe; e montati sul treno, dopo gli ultimi commenti, ci accucciavamo stanchi e sfiniti sulla rete portabagagli, facendo tutto un sonno fino a Bologna. E, in quanto a marachelle, eccone una!  A Napoli entrammo in una trattoria per consumare un lauto pranzetto ma quando fummo alla resa dei conti, questi messi a confronto con le nostre finanze... non tornavano! Allora io escogitai una scappatoia. Finsi d'aver perduto il portafogli e, lanciatomi alla ringhiera della finestra, disperatamente tentai di buttarmi nel vuoto. Gli amici, d'accordo, fingevano di trattenermi, mentre il trattore con le mani nei capelli gridava: « All'anema di S. Gennaro!, non mi fate uno scandalo !! ». E il buon uomo prese tanto a cuore la mia disavventura che offrì il pranzo per tutti purchè rinunciassi a... suicidarmi !!... A Trieste, invece, ricordo la generosa accoglienza fattaci dal bolognese comm. Carretti, il quale ci ospitò nel suo lussuosissimo albergo. Noi, purtroppo, ricambiammo le sue gentilezze con una gaffe, quella cioè di lavarci la biancheria da soli, stendendola ad asciugare alle finestre che davano sulla bella piazza dell'Unità. Scandalizzatissimo, un maggiordomo negro si premurò di avvertirci che potevamo godere gratuitamente anche di lavatura e stiratura col personale dell'albergo. Al ritorno, essendo la terza e la seconda classe stipatissime, trovammo posto su quei divani di velluto rosso riservati ai soli... portoghesi autorizzati. Per un lungo tratto nessuno venne a turbare il nostro riposo, ma al ben noto richiamo di « favoriscano i biglietti», avemmo un sussulto senza tuttavia disorientarci; istintivamente io portai la mano al risvolto della giacca dove era appuntata una spilla con capocchia colorata e la frase « siamo dello Sgodonov » mi uscì spontanea e con certa autorità. I miei due amici assentirono ed imitando anche loro il noto gesto degli sceriffi americani, confortarono l'atteggiamento con una esibizione volontaria di documenti a cui l'integerrimo controllore rispose, col più ossequiente e cordiale dei sorrisi, il suo « prego, non si disturbino » lasciando così a noi I'indisturbato dominio dello scompartimento fino al termine del viaggio.

Ai tempi dello Sterlino.

Nelle partite di casa eravamo dei leoni. Chi non ha ancora nelle orecchie gli squilli del mio campanozzo portafortuna? Più di trent'anni fa andavamo al campo dello Sterlino, appollaiati sul tetto di una carrozza-giardiniera a due cavalli, nell'interno della quale sedeva maestoso l'ottimo presidente Minelli, al cui fianco sostava, devoto subelterno, il non mai dimenticato segretario Oppi. Minellone portava l'immancabile paglietta e il vistoso fiore all' occhiello della giacca a quadrettoni. E noi di sopra a far chiasso, agitando il bandierone rossoblu, tanto che spesso il presidente, sporgendosi fuori, ci avvertiva preoccupato: « Pian lé sò! ch'an s'asquezza él suffiet dIa carrôza ! ». Al teatro Duse, in una serata dei Campioni d'Italia, si esibiva la celebre Compagnia di Riviste Riccioli-Nanda Primavera, e noi del gruppo patitissimi vi prendemmo parte come attori, insieme con Peppino Muzzioli che usavamo chiamare scherzosamente « bocia persa ». E credetelo, non sfigurammo!! Scusatemi, cari lettori, se vi ho annoiati, ma ora che i miei capelli si sono fatti radi e debbo portare gli occhiali, mi è di gran conforto ricordare. Vi assicuro che, comunque, rimango ancora sulla breccia, e voi lo sapete, perché anche oggi quando udite, alto su tutti, il fatidico «alé! alé! Bologna! », esclamate cordiali: « È lui!! ».